mercoledì 30 settembre 2015

QUASI DECIFRATA LA SCRITTURA PIÙ ANTICA DEL MONDO: IL ‘PROTO-ELAMITICO’

Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. L'antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia.

elamitico

Jacob Dahl, membro del Wolfson College e direttore dell’Ancient World Research Cluster, è raggiante:
“Siamo finalmente sul punto di fare un passo avanti nella decifrazione della grafia proto-elamitica, tra tutte le scritture ancora da decifrare la più antica in assoluto”.
Ed effettivamente per un archeologo decodificare la scrittura proto-elamitica è una vera sfida.
Il proto-elamitico si sviluppò intorno al 3 mila a.C. e, assieme a quella sumerica, fu una scrittura effimera: durò appena 150 anni da quando comparve nella regione di Elam (antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell’Iran).
Poi svanì nel nulla, lasciando ancora oggi tante domande senza risposta. Di questa grafia si sa infatti poco e niente: oscure sono le popolazioni che la utilizzarono, i caratteri e persino la lingua delle iscrizioni.
Oggi si conservano un migliaio di segni di questa antica grafia che si ipotizza fosse logografica. Ma il mistero che la avvolge sta per svanire, grazie a un sistema il cui acronimo RTI (Reflectance Transformation Imaging System) consentirebbe una rilettura dettagliatissima di quegli ambigui segni.
Gli studiosi stanno esaminando le tavolette di argilla custodite all’Ashmolean Museum di Oxford e soprattutto quelle custodite al Louvre e sono riusciti a catturare le immagini a più alta definizione e più particolareggiate mai esistite del prezioso materiale.
Milleduecento segni studiati e ristudiati per dieci lunghi anni, senza conoscere quasi nulla della civiltà proto-elamitica. E ora forse finalmente se ne potranno raccogliere i frutti. Nonostante l’ottimismo, gli stessi scienziati enfatizzano il mistero più assoluto che ancora oggi cela sia l’alfabeto che il linguaggio di questa antica civiltà.
La più importante collezione al mondo di tavolette risalenti al proto-elamitico è custodita a Parigi, al Louvre, e il metodo utilizzato dal team di Oxford consiste nell’inserimento delle tavolette di argilla in un sistema RTI capace di usare 76 luci fotografiche separate per catturare ogni solco e ogni angolo delle preziose tavole.
La tecnica RTI applica metodi fotografici per caratterizzare la superficie e traduce queste informazioni in un’immagine composita digitale che descrive, per ogni pixel, la cromia e la morfologia superficiale del soggetto indagato.
La tecnica ha la capacità di documentare in modo scientifico e inequivocabile il colore e la reale morfologia tridimensionale delle superfici in un unico documento di facile lettura. Successivamente le immagini saranno postate online, per sfruttare al massimo il potere del crowdsourcing nel difficile lavoro di decodificazione.
Tra le grafie ancora da decodificare, la proto-elamitica custodisce le testimonianze più antiche in assoluto. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si conosce la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; le scritture con alfabeto e linguaggio sconosciuti.
La sfida della scrittura proto-elamitica è quella di rientrare in quest’ultima categoria e a rendere il lavoro ancor più difficile è il fatto che i testi originali sembrano contenere molti errori.
Ma non si tratta di sbagli commessi da uno scriba distratto, piuttosto della conseguenza della totale assenza di un alfabeto e di una grammatica condivisa da tutti.
A rendere ancora più problematica la decifratura dell’antica lingua concorre anche il fatto che, pur essendo una lingua adottata da popolazioni vicine, gliElamiti aggiunsero al vocabolario nuovi imperscrutabili simboli. Una delle particolarità della scrittura proto-elamitica è l’inesistenza di figure umane (o anche solo di particolari umani).
Malgrado le difficoltà incontrate da Dahl nel comprendere il significato dei simboli incisi sull’argilla, nel corso del decennio di studi che lo hanno visto impegnato è riuscito a lanciare uno sguardo su quel mondo lontano.
Sebbene infatti non sia ancora stato possibile arrivare a una traduzione integrale delle tavolette, è stato in qualche misura realizzabile interpretarne il senso.
È bene precisare che gli studiosi britannici sono riusciti a comprendere interamente il sistema numerico adottato dagli Elamiti e possono pertanto affermare che non si tratta di scritti poetici, ma più umanamente di registrazioni di proprietà, quantità di raccolti e popolazione.
L’antico popolo medio-orientale viveva in una società agricola nella quale a comandare era una famiglia. Al di sotto di questa si trovava una sorta di middle-class eterogenea e ancora più giù la numerosa classe dei lavoratori, trattati come ‘bestiame con un nome’.
Dalle tavolette si è compreso che i titoli o il nome delle persone più importanti riflettevano il loro status e indicavano il numero di persone che si trovavano socialmente al di sotto. Infine Dahl e il suo team hanno dedotto altre informazioni anche riguardo al regime alimentare dell’epoca.
I potenti avevano a disposizione per la loro alimentazione yogurt, formaggio e miele, ma anche ovini, capre e bovini. Mentre ai lavoratori veniva concessa una dieta a base di orzo e di una specie di birra allungata con acqua. Il loro regime alimentare è stato giudicato dagli studiosi come appena sopra il livello di denutrizione.

domenica 27 settembre 2015

TECNOLOGIA ANTICA: L’INCREDIBILE SISMOSCOPIO INVENTATO 2 MILA ANNI FA IN CINA

Ancora una volta, prendiamo atto che i nostri antenati erano meno primitivi di quanto siamo normalmente portati a credere. L'occasione è offerta da uno straordinario dispositivo inventato dallo scienziato cinese Zhang Heng quasi 2 mila anni fa: il sismoscopio, un dispositivo notevolmente accurato nella rilevazione dei terremoti.

sismoscopio Zhang Heng

l primo sismografo dell’era moderna è stato inventato nel 1703 dal fisico francese Jean de Hautefeuille. Il dispositivo ha dato agli scienziati la possibilità di misurare con precisione l’intensità dei terremoti e le loro dinamiche.
Tuttavia, come spesso accade, quella di Hautefeuille è stata una re-invenzione, dato che un meccanismo simile era già stato inventato 17 secoli prima grazie al genio di Zhang Heng, astronomo, matematico, ingegnere, geografo e inventore vissuto tra il 78 e il 139 d.C.
Come spiega April Holloway su Ancient Origins, agli antichi cinesi non era noto che i terremoti fossero causati dallo spostamento delle placche tettoniche della crosta terrestre. Essi credevano che fossero il risultato da un disequilibrio cosmico dello yin e yang, causato dagli atti malvagi commessi dalla dinastia regnante in quel momento. Per questa ragione, per i leader cinesi era importante essere a conoscenza di tutti i terremoti che si verificavano nel loro reame.
Sollecitato da questa esigenza, Zhang Heng sviluppò il primo dispositivo al mondo in grado di rilevare i terremoti. Heng sbalordì la corte imperiale con il suo dispositivo, con il quale poteva rivelare terremoti anche a grande distanza e che nessuno nelle vicinanze dello strumento era in grado di percepire.
Il sismoscopio era composto da un grande vaso di bronzo intorno al quale erano disposti verticalmente, a testa in giù, otto draghi in bronzo, ciascuno orientato verso i punti cardinali primari e con una sfera in bocca sempre in bronzo.
Alla base del recipiente, in corrispondenza di ciascun drago, erano disposti dei rospi con la bocca aperta all’insù. Se lo strumento rivelava una scossa, una delle sfere in bronzo, automaticamente, cadeva nella bocca del corrispondente rospo e la sua posizione indicava la direzione da cui era giunta la scossa.
Tuttavia, quando Heng presentò l’invenzione, lo scetticismo serpeggiava tra i funzionari della corte del re. Il collaudo del dispositivo avvenne nel 138 d.C., quando una sfera cadde senza che fosse stato percepito alcun sisma. Alcuni giorni dopo, arrivò un messaggero che riportò la notizia di un terremoto in Kasu, a 600 km distanza, proprio nella direzione indicata dallo strumento.
Nel 2005, alcuni scienziati di Zengzhou, la città natale di Zhang Heng, sono riusciti a replicare il sismoscopio, testandolo per rilevare terremoti simulati provenienti da quattro regioni differenti. Il sismoscopio è stato in grado di rilevare tutti i sismi simulati e i dati raccolti nei test corrispondevano esattamente a quelli raccolti dai sismografi moderni.
Zhang Chen è considerato il Leonardo da Vinci del lontano Oriente, e il suo curriculum sembra confermare il paragone. Per gran parte della sua vita, Zhang Heng fu l’astronomo reale durante la dinastia Han e tracciò una delle prime mappe stellari, rivaleggiando con quella creata da Ipparco nel 129 a. C., di cui non aveva conoscenza: in essa specificò la posizione esatta di 2.500 stelle, ribattezzandone circa 320.
Stimò che il cielo notturno, di cui poteva vedere solo una parte, conteneva 11.500 stelle, un numero esagerato anche per un osservatore dotato di buona vista, ma niente affatto una cattiva stima.
Spiegò correttamente il fenomeno delle eclissi lunari, sostenendo che si verificavano quando la Luna attraversava il cono d’ombra della Terra: quest’ultima veniva immaginata come una piccola sfera sospesa nello spazio, circondata da un immenso e lontanissimo cielo sferico. Nel 123 corresse il calendario per adattarlo al ciclo delle stagioni.
I risultati scientifici del genio di Zhang Heng sono stati premiati dalle generazioni successive. Nel 1970, le Nazioni Unite hanno attribuito il suo nome ad un cratere lunare. Nel 1977, l’asteroide 1802 è stato battezzato anch’esso con il nome di Heng, attribuito, infine, ad un minerale giallo dorato scoperto nel 1986. Un meritato riconoscimento per questo grande genio della Cina antica.

giovedì 24 settembre 2015

OGGETTI FUORI POSTO: COMPUTER, BATTERIE, LAMPADE E AEROPLANI NELL’ANTICHITÀ!

Ooparts (Out of place artifact = Oggetti fuori posto): ritrovamenti che non dovrebbero esistere!

ooparts

Secondo la Teoria degli Antichi Astronauti, in un passato remoto, viaggiatori extraterrestri hanno visitato i nostri antenati influenzando la naturale evoluzione della specie umana.
Gli alieni, hanno davvero ispirato e aiutato i nostri antenati a costruire templi antichi megalitici e piramidi?
E se sono venuti qui, ci hanno lasciato delle conoscenze avanzate di fisica, astronomia e matematica? In tal caso, ne rimane qualche prova oggi?
Un esempio potrebbe essere un oggetto spesso definito come il primo computer meccanico del mondo. Risale a più di 2mila anni fa. La “Macchina di Antikythera” fu rinvenuta nel 1900 da alcuni raccoglitori di spugne, mentre si immergevano al largo di una piccola isola dell’Egeo chiamata Anticitera.
I pescatori trovarono un relitto sul fondo del mare e al suo interno una scatola incrostata dai coralli, composta di una lega metallica. Fu portata al museo di Atene, dove solo 50 anni dopo fu possibile fare una scansione della scatola ai raggi X e distinguere delle rotelle dentellate a incastro collegate fra di loro, dandoci una buona immagine di cosa fosse questo dispositivo: un computer, una macchina davvero sofisticata.
Il congegno è un meccanismo originariamente contenuto in un involucro di legno, dalle misure di 30×15 centimetri che per molto tempo la scienza non è riuscita a catalogare. Si tratta di un oggetto tecnologico di altissima precisione e che aveva prevalentemente funzioni astronomiche.
La macchina è stata studiata nel dettaglio per misurare i movimenti di sole e luna, le eclissi, i loro rapporti di moto e addirittura le lunazioni. E come se non bastasse, la macchina serviva probabilmente anche a definire il calendario delle Olimpiadi.
Il mistero della macchina è tutto in questa sua precisione fuori dall’ordinario. E’ infatti costruita con materiali comuni per il tempo e le misurazioni sono limitate ai pianeti visibili dalla terra senza ausilio di strumenti particolari.
Ma il livello di dettaglio rimane stupefacente: è confermata la capacità del dispositivo di calcolare persino i ritardi nei movimenti lunari, per via dell’orbita ellittica, con un opportuna progettazione e un ingranaggio dedicato.
Nelle iscrizioni sulla macchina ci sono i nomi di Venere e Mercurio, ma ci sono studiosi che sostengono che la macchina di Anticitera possa in realtà rivelare informazioni anche su altri pianeti.
La macchina viene definita dalla scienza come tecnicamente molto più complessa di ogni altro dispositivo ipotizzabile e rinvenuto per almeno mille anni successivi alla sua datazione.
Un tale livello di complessità può significare che chi l’ha costruita fosse ad uso a questo tipo di lavoro: non sarebbe quindi un esemplare unico, ma qualcosa che inevitabilmente viene da una storia lunga.
Si pensa che l’oggetto risalga al 200 a.C. Data la sua complessità, superiore a qualsiasi orologio svizzero contemporaneo, la Macchina di Anticitera è da considerarsi un’anomalia. Chi può averlo creato? E per cosa veniva usato?
Quando gli archeologi cominciarono ad esaminarlo negli anni ’50, dissero che era inconcepibile che gli antichi greci avessero realizzato una macchina così complicata. Dissero che era come trovare un jet a reazione nella tomba di Tutankhamon.

Le lampade di Dendera

Ancora più antiche della Macchina di Anticitera, sono le incisioni su un muro nel complesso monumentale di Dendera, in Egitto. Ad alcuni, questi strani disegni sembrano raffigurare oggetti comunemente utilizzati nella nostra epoca.
Le raffigurazioni si trovano in una cripta sotterranea segreta, alla quale solo i più alti sacerdoti avevano accesso. La cripta è un posto molto angusto, con il soffitto molto basso e con una temperatura ambientale molto alta.
Sulle pareti della cripta ci sono alcuni rilievi che sembrano rappresentare quelle che sembrano delle enormi lampade a filamento. Guardando le immagini e considerando l’oscurità della cripta, la domanda sorge spontanea: “Gli egizi come illuminavano l’interno delle loro tombe?”
Secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi egizi usavano delle torce per illuminare le camere di tombe e templi. Eppure, sui soffitti non c’è la minima traccia di fuliggine o residui di fumo. Inoltre, all’interno di quelle tombe, non c’è ossigeno a sufficienza per alimentare la fiamma di una torcia. Ma se non usavano le torce, in che modo illuminavano i vani e i lunghi corridoi oscuri?
Un’altra teoria era che la luce del sole veniva direzionata dall’esterno con l’ausilio di specchi di rame. Alcuni archeologi provarono a riprodurre la tecnica proposta da questa teoria, ma purtroppo fallirono perché dopo pochi angoli la luce del sole si dissipava completamente, in quanto gli specchi di rame non erano in grado di riflettere pienamente la luce del sole.
E allora, come erano illuminati gli interni degli edifici egizi? L’unica soluzione a cui possiamo pensare è a una qualche fonte di luce artificiale, per esempio una lampadina ad incandescenza. Nella cripta sotterranea di Dendera, troviamo dei rilievi che raffigurano tali lampadine.
Gli egittologi classici hanno dovuto trovare a tutti i costi una spiegazione, anche la più banale, alle raffigurazioni di Dendera. Secondo l’archeologia classica non è possibile che si tratti di dispositivi elettrici.
Secondo questi studiosi, le raffigurazioni rappresentano un fior di loto e le linee che lo circondano e che sembrano dare forma ad una lampadina, in realtà rappresentano il profumo del fiore di loto. Paradossalmente, è più semplice la spiegazione che vuole che gli egizi avevano scoperto la corrente elettrica e avevano imparato uno dei modi possibili di utilizzarla.
Anche perchè il principio di funzionamento di una lampadina ad incandescenza non è così complicato come si crede: c’è bisogno di una corrente elettrica che attraversi un materiale metallico che, scaldandosi, emette una radiazione luminosa. Il filamento delle nostre lampadine è di tungsteno il quale, al passaggio delle corrente, si scalda fino a produrre una radiazione luminosa molto intensa.
Come potevano gli antichi egizi aver usato qualcosa che somigliasse a una lampadina di oggi senza aver accesso alla corrente elettrica, che sarebbe stata scoperta solo migliaia di anni dopo? Questo è vero solo se non prendiamo in considerazione quella che gli scienziati chiamano la “Batteria di Baghdad”.

La Batteria di Baghdad

La Batteria di Baghdad è un manufatto risalente alla dinastia dei Parti (150 a.C.–226 d.C.) in Persia, e probabilmente scoperto nel 1936 vicino al villaggio di Khujut Rabu, presso Baghdad, Iraq. L’oggetto divenne noto all’opinione pubblica solo nel 1938, quando il tedesco Wilhelm König, direttore del Museo nazionale dell’Iraq, lo trovò nella collezione dell’ente da lui diretto.
Gli studiosi di oggi ritengono impossibile che gli antichi utilizzassero l’elettricità o le lampadine, perciò, quando guardano la dozzina di esemplari di questa antica batteria rinvenuta in Iraq, l’unica teoria che propongono è che gli antichi le utilizzassero per placcare elettricamente i gioielli in metallo.
Due principali sostenitori della Teoria degli Antichi Astronauti, Jason Martell e Giorgio A. Tsoukalos, utilizzando una riproduzione moderna della batteria di Baghdad, hanno dimostrato come questo antico accumulatore sia capace di generare basse tensioni utilizzabili.
Praticamente, prendevano di una giara di argilla, materiale che si trova naturalmente nella regione dell’Iraq meridionale. Poi utilizzavano una piccola guarnizione di rame con un piccolo tappo di asfalto avvolto attorno ad un bastoncino di ferro.
Assemblati in questo modo e combinati con un acido debole come aceto, succo d’arancio o vino, questo dispositivo è in grado di generare una carica elettrica.
L’idea che delle civiltà antiche conoscessero l’elettricità e la utilizzassero è un fatto ormai accettato a livello archeologico. Nella nostra civiltà, sappiamo che circa 200 anni fa, Benjamin Franklin e altri scienziati, cominciarono a sperimentare la corrente elettrica con dei semplici dispositivi. Ora abbiamo la prova che, oltre 3000 anni fa, altre persone sperimentavano con dispositivi elettrici.

L’Uccello di Saqqara

Saqqara, in Egitto, sorge la famosa piramide a gradoni di re Gioser. Con un’età di oltre 4 mila anni, è la più antica delle 97 piramidi d’Egitto. Saqqara è famosa anche per essere uno dei complessi funerari più antichi d’Egitto, guadagnandosi il soprannome di “Città dei Morti”.
E’ qui che nel 1891 alcuni archeologi francesi riportano alla luce una tomba antica contenente i resti di Pa-di-Imen, un funzionario di corte del III secolo a.C. Fra i vari reperti, viene ritrovato un piccolo modellino in legno di quello che sembra un uccello, vicino ad un papiro su cui era scritto “voglio volare”.
Il manufatto viene inviato al museo del Cairo dove le autorità lo sistemano insieme ad altre statuette di uccelli. Lì vi rimane, senza suscitare particolare attenzione, fino al 1969 quando l’egittologo Khalil Messiha, esaminando la collezione di uccelli, non nota che nell’uccello di Saqqara c’è qualcosa di molto diverso dagli altri.
Da una parte sembrerebbe un uccello, con gli occhi e il becco tipici di un volatile. Dall’altra, le ali non sono quelle di un uccello, infatti sono modellate verso il basso e, il loro spesso tende a diventare più sottile verso l’estremità. E’ un design aerodinamico molto moderno.
Infine, gli uccelli non hanno il timone in quanto non ne hanno bisogno a causa della loro conformazione aerodinamica, perciò si pensa che questo manufatto non rappresenti un uccello, bensì una macchina volante, un aeroplano!
Gli antichi egizi, dunque, sapevano volare? Nel 2006, l’esperto di aviazione e aerodinamica Simon Sanderson, ha costruito un modello in scala dell’uccello di Saqqara, cinque volte più grande dell’originale, per testare la possibilità che si tratti realmente di un aeroplano.
Ebbene, ponendo il modello in scala in una galleria del vento, Senderson si è reso conto che l’Uccello di Saqqara è in grado di volare. I test dimostrano che il manufatto è la riproduzione in scala ridotta di un aliante altamente sviluppato ed è simile ai progetti utilizzati anche oggi.
Anche alcuni modelli informatici confermerebbero l’idoneità al volo dell’Uccello di Saqqara. Ma c’è un altro problema da considerare: se l’aliante era in grado di volare, in che modo avveniva il lancio?
Oggi viene utilizzato un aereoplano da traino, che trascina l’aliante in aria e poi lo sgancia raggiunta l’altitudine necessaria. Come avrebbero fatto gli antichi egizi a far volare l’uccello di Saqqara?
Alcuni studiosi, ipotizzano che l’aliante fosse spinto in area grazie all’ausilio di una potente catapulta, capace di proiettare l’aliante ad alta quota. Gli archeologi egizi hanno confermato che gli antichi egizi possedevano le capacità tecniche per costruire un simile congegno.
Anche oggi, uno dei sistemi utilizzati dagli appassionati di alianti, è quello di lanciarsi in aria con l’ausilio di corde elastiche, utilizzando un principio simile a quello della catapulta.
Ma se l’Uccello di Saqqara può volare, gli antichi egizi come acquisirono una tecnologia simile? Secondo i Teorici degli Antichi Astronauti, l’Uccello di Saqqara è una delle prove più rilevanti del fatto che in passato, antichi viaggiatori alieni, abbiano incontrato i nostri antenati e trasmesso cultura, tecnologia e conoscenza, passando da una cultura primitiva, ad un più altamente sviluppata.
Ma l’Uccello di Saqqara, come la Macchina di Anticitera, le Lampade di Denderae la Batteria di Baghdad, potrebbe anche essere l’ultimo simbolo di una ancestrale civiltà umana antidiluviana, andata distrutta in un qualche cataclisma cosmico di migliaia di anni fa?
I superstiti di questa civiltà “atlantidea” avrebbero potuto trasmettere la conoscenza e la cultura alle generazioni primitive post-diluviane, nel tentativo di ricostruire la civiltà umana. Tutte queste possibilità, cambiano di molto il nostro punto di vista sulle civiltà antiche.

lunedì 21 settembre 2015

IGIGI: LE MISTERIOSE DIVINITÀ CHE SI RIBELLARONO AGLI ANNUNAKI

Gli Igigi erano un gruppo di divinità nella mitologia sumera. Secondo il mito, erano dèi più giovani ed erano al servizio degli Annunaki, almeno fino a quando non si ribellarono, costringendo i loro padroni a creare gli esseri umani.

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Con il termine semita “Igigi” o “Igigu” si indica un gruppo di divinità del pantheon mesopotamico.
Come il significato di “Annuna” rimane di difficile e controversa interpretazione, così la parola “Igigi” necessita di ulteriori studi per essere compresa. Inoltre, non è del tutto chiaro cosa distingue gli Annuna dagli Igigi.
Come riportato dalla pagina dedicata dell’Oracc (The Open Richly Annotated Cuneiform Corpus), il termine compare nel mito di Atrahasis, eroe nella versione babilonese dell’Epopea di Gigamesh, racconto alla base del Diluvio Universale.
Poema di AtraḫasisIl testo risale al XVII secolo a.C. ed è inciso su una tavola conservata presso il British Museum di Londra. Il reperto offre alcune testimonianze sulla relazione tra gli Annunaki e gli Igigi.
Il testo si compone di tre tavole, ognuna delle quali si sviluppa per otto colonne, quattro sul fronte e quattro sul retro, ogni colonna si compone di circa 55 righe.
L’intera opera si compone dunque di complessive 1.245 righe, di cui solo alcune sono giunte a noi.
Il Poema di Atraḫasis si apre con la condizione venuta a crearsi dopo la cosmogonia: il dio Cielo, Anu, è salito in cielo; Ea (Enki), è sceso nell’Apsû, il mondo sotterraneo delle acqua abissali, sopra le quali poggia la terra; Enlil ha preso per sé la terra, con tutti gli esseri viventi in essa contenuta.
Agli dèi Igigi è stato invece imposto il lavoro sulla terra, ambito in cui regna il dio Enlil. Gli Igigi scavano i fiumi, tra cui il Tigri e l’Eufrate, e i canali. Il pesante lavoro degli dèi Igigi, svolto di giorno e di notte, dura per 2.500 anni.
Così, a partire dal rigo 39 della I Tavola del Poema, questi dèi iniziano a rimuginare, finché, uno di loro li sprona ad abbandonare il lavoro e a ribellarsi.
Gli Igigi danno ascolto al loro compagno e gettano nel fuoco gli strumenti da lavoro, e marciando uniti, si indirizzano verso il santuario di Enlil. Così si legge nel poema:
“Quando gli dèi erano uomini, sottostavano alle fatica, portavano il canestro di lavoro; il canestro di lavoro degli dèi era troppo grande, il lavoro oltremodo pesante, la fatica enorme; i grandi Anunnaki, i sette, avevano imposto la fatica agli Igigi”.
Quello che segue è in parte danneggiato, ma sembra indicare che gli Igigi non volessero più sottostare alla fatica, costringendo gli Annunaki a trovare una soluzione definitiva. Ecco allora che gli Annunaki crearono gli esseri umani, che da allora in poi dovettero sopportare il lavoro degli dèi.
Enlil piange e medita di abbandonare la terra e salire in cielo con Anu, restituendo a lui le competenze divine sulla terra. Anu replica che ben comprende le ragioni degli Igigi, troppo grande è la loro fatica, quindi suggerisce di creare l’uomo (Lullû), quindi fa convocare la dea Mammu (Ea), la dea madre, affinché operi questa creazione e fa comunicare la sua decisione agli Igigi, i quali, sentendosi sollevati dalle estenuanti fatiche, esultano.
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Mammu si prepara quindi all’opera di creazione, per questa ragione gli dèi Igigi decidono di indicare Mammu in qualità di “Signora di tutti gli dèi” (Bêlet-kala-ilî). Ea (o Mammu) mescola l’argilla quindi convoca gli Anunnaki e gli Igigi che sputano sopra l’impasto.
L’uomo si prepara a “essere” e gli verrà assegnato il compito che prima spettava agli dèi Igigi: il pesante lavoro sulla terra.

LO SCONCERTANTE FENOMENO DEI “TESCHI ALLUNGATI”: TRADIZIONI IN MEMORIA DI ANTICHI ASTRONAUTI?

Una volta si credeva che le deformazioni craniche si fossero sviluppate originariamente in Egitto, per poi diffondersi in tutto il mondo. Ma i ricercatori si sono resi conto che questo curioso fenomeno non ha avuto origine in una zona geografica isolata, ma che sorse tra diversi gruppi culturali in maniera indipendente.

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Tutti i gruppi umani del nostro pianeta hanno caratteristiche uniche che ne definiscono la cultura: gli abiti indossati, la lingua, le usanze e le tradizione che si trasmettono di generazione in generazione.
Ognuno di questi elementi fornisce informazioni preziose di un determinato gruppo culturale.
Tuttavia, esistono una serie di usanze trasversali che vengono praticate in ogni continente del mondo. Esse comprendono la circoncisione, i rituali di sepoltura e la deformazione cranica. Si tratta di tradizioni nate nel passato remoto dell’umanità, tanto che il loro scopo e significato si perde nella notte dei tempi.
Una volta si credeva che le deformazioni craniche si fossero sviluppate originariamente in Egitto, per poi diffondersi in tutto il mondo. Ma i ricercatori si sono resi conto che questa curiosa usanza non ha avuto origine in una zona geografica isolata, ma che sorse tra diversi gruppi culturali in maniera indipendente.
Alcuni sono arrivati ad ipotizzare che la deformazione del cranio sia un passo trasversale inerente l’evoluzione della cultura di tutti i gruppi umani. Eppure, si tratta di una pratica estremamente deformante e dolorosa: il suo obiettivo è quello di allungare la scatola cranica di una persona, una pratica che una volta eseguita non è più reversibile.
Inoltre, a differenza della circoncisione, una volta che la pratica è stata eseguita non è possibile nasconderla. Si tratta di un marcatore culturale permanentemente visibile che non identifica solo l’appartenenza ad un determinato gruppo, ma indica anche lo status dell’individuo all’interno del gruppo.
La pratica cominciava in età neonatale, quando le ossa del cranio sono ancora morbide e la struttura non è ancora fissata. Il metodo più semplice era quello di sottoporre il cranio ad una pressione costante, con delle bende ad esempio, oppure di massaggiare la testa del bambino tutti i giorni, fino ad ottenere la caratteristica forma oblunga. Un secondo metodo prevedeva l’applicazione di un dispositivo meccanico al cranio del neonato che, nel tempo, produceva la forma allungata desiderata.
Ma perchè una madre sottoponeva suo figlio ad una procedura così dolorosa e trasfigurante? Alcuni reperti archeologici mostrano che la deformazione cranica era già in uso nel neolitico, intorno ai 10 mila a.C., sebbene fino al 5 mila a.C. La pratica sembra essere episodica. Ciò potrebbe essere dovuto all’esiguo numero di individui sottoposti alla deformazione, oppure al numero limitato di crani rinvenuti.
Come spiega la dottoressa Rita Louise nel suo articolo, i primi esempi di crani allungati più antichi sono stati rinvenuti nell’Australia sudorientale, a Coobool Creek e Kow Swamp. Sorprendentemente, alcuni crani delle stessa epoca sono stati trovati nella Grotta Shanidar in Iraq. Negli altopiani orientali del Brasile è stato recuperato un cranio risalente al 7500 a.C.
A partire dal 5 mila a.C., la tradizione di deformare il cranio sembra subire un’ampliamento. L’ipotesi si basa sul gran numero di teschi recuperati. A soli 300 metri dal villaggio di Onavas, nella parte meridionale dello stato di Sonora, Messico, è stata rinvenuta una sepoltura collettiva composta da 25 persone, 13 delle quali presentano la strana deformazione del cranio.

Cinque degli individui con la deformazione cranica presentano anche una mutilazione dentale. Queste pratiche culturali sono tipiche delle popolazioni precolombiane rinvenute a sud dello stato di Sinaloa e nel nord di Nayarit, ma rappresentano un’assoluta novità per Sonora.
Alcuni scheletri presentano ornamenti realizzati con conchiglie e lumache che si trovano nella regione del Golfo della California. Si tratta di bracciali, un anello al naso, orecchini, pendenti e collane di perline. Inoltre, una persona è stata sepolta con un guscio di tartaruga collocato all’altezza dell’addome.
Alcuni ricercatori ritengono che la pratica dell’allungamento si sia espansa nel momento in cui i gruppi di cacciatori-raccoglitori abbiano cominciato a fondersi in ambienti di tipo urbano. Figurine umanoidi con crani allungati cominciano a comparire nei ritrovamenti archeologici confermando ulteriormente l’antichità di questa usanza.
Indipendente da luogo del ritrovamento, la maggior parte dei crani modificati presenta analogie sorprendenti: scanalature trasversali o depressioni sono state osservate su tutti i teschi, chiari segni che l’allungamento è il frutto di manipolazione intenzionale e non il risultato di problemi genetici o congeniti.
Gli esperti segnalano due tipi di deformazione cranica artificiale: tabulare o circonferenziale. La modifica tabulare prevede la compressione della parte anteriore o posteriore del cranio del bambino. E’ il tipo di deformazione più diffuso su tutto il pianeta. Alla nascita, il cranio del bambino viene compresso tra due tavolette, le quali appiattiscono la fronte del bambino. Questo tipo di modifica fa sì che il cranio si espanda lateralmente e all’indietro.
Garcilaso de la Vega, in uno scritto nel 1609, spiega i metodi utilizzati dagli abitanti di alcune regioni del Perù: “Sin dalla nascita, il cranio dei bambini è compresso tra due tavole legate insieme, le quali vengono strette un po’ di più ogni giorno. Dopo tre anni, il cranio risulta alterato per tutta la vita, così da poter rimuovere l’apparecchio”.
Le modifiche circonferenziali, invece, vengono eseguite applicando delle bende strette attorno al cranio, in modo da costringerne la crescita verticale. Questo metodo riduce il diametro del cranio, spingendolo verso l’alto e all’indietro. Possono venir usate fino a tre bende per produrre la forma conica della testa.
Le indagini sulla deformazione cranica in tutto il mondo forniscono un altro interessante riflessione: se la tradizione della deformazione fosse originata in un unico luogo e poi diffusa in tutto il mondo, ci si aspetterebbe di trovare la stessa tecnica di modellatura in grandi aree geografiche. Invece, sorprendentemente, troviamo che entrambe le tecniche sono state utilizzate all’interno di aree molto vicine tra loro.
Oltre alla manipolazione fisica del cranio. I ricercatori riportano altre tecniche adottate da molte culture per accentuare la forma allungata della testa. In alcuni gruppi etnici, i capelli venivano raccolti e intrecciati e posti in un contenitore per accentuare la forma allungata della testa.
Lo stesso copricapo allungato che adorna il capo di molti faraoni rispondono allo stesso criterio. In Egitto, solo alla nobiltà era permesso di indossare copricapi allungati, come simbolo del loro status elevato. Ma l’antico Egitto non è il solo luogo dove si registra questa usanza.
Copricapi allungati in oro sono stati scoperti in Europa centrale, alcuni dei quali risalenti al 1400 a.C. Ovviamente, si tratta di ornamenti non utilizzati dagli uomini comuni. Curiosamente, nell’antica Grecia quando gli schiavi venivano liberati erano autorizzati ad indossare un cappello a punta chiamato pileo, forse per indicare uno status sociale più elevato.
Nell’arte rupestre preistorica si vedono personaggi indossare curiosi cappelli a punta. E durante le feste di compleanno, ancora oggi, il festeggiato indossa un cappello a punta, per simboleggiare la sua importanza. Potrebbe essere questa tradizione un residuo di un passato dimenticato? Perchè i popoli di tutto il mondo hanno questa pratica simbolica in comune?
Gli etnologi hanno ipotizzato che una testa allungata simboleggiasse una maggiore intelligenza. Tuttavia, bisogna dire che in antichità la sede dell’intelligenza non era sempre considerata la testa. In alcune culture, come quella ebraica, la sede dell’intelletto era il cuore, ad esempio.
Si è anche ipotizzato che l’allungamento fosse motivato da un criterio estetico o da motivazioni belliche, rendendo l’aspetto dell’individuo più aggressivo. Si è poi compreso che la deformazione del cranio aveva a che fare con la suddivisioni in classi sociali: in molte culture, una testa deforme era indicatore dell’elevata classe sociale di appartenenza.
Questo aspetto si riscontra anche nelle sepolture. I reperti suggeriscono che gli individui con il cranio allungato avevano un qualche tipo di status più elevato, tanto da meritare una sepoltura più elaborata. Il capo, e i membri della sua famiglia, possono presentare una maggiore deformazione, mentre un sacerdote o uno sciamano una modifica meno intensa. Così, colui che aveva la testa più lunga era anche il più nobile.

Assomigliare agli dèi

Non è chiaro il motivo per cui è stata adottata la manipolazione intenzionale del cranio. Appare, però, evidente che non si tratti di una risposta ad un qualche impulso primordiale innato, ma risponda ad una chiara tradizione culturale.
In alcune culture si tramanda che la pratica della deformazione cranica sia stata comandata dagli dèi discesi in antichità sulla Terra. Un’antica tradizione polinesiana ci informa chiaramente che questa pratica è stata insegnata loro da un gruppo di persone dalla pelle chiara la cui casa era nel cielo.
In America Centrale ci sono racconti analoghi, secondo i quali gli dèi discesi dal cielo comandarono questa pratica agli antenati dei nativi americani. In Perù si tramanda che il dio Manco Capac ordinò di praticare le deformazioni in modo che i loro figli sarebbero stati deboli, sottomessi e obbedienti.
Comunque, sembra chiaro che questa curiosa tradizione è stata molto importante per i nostri antenati, tanto da tramandarla fino all’epoca moderna, perdendone, tuttavia, il significato originario. La vera motivazione si perde nella notte dei tempi. Gli etnologi credono che si tratti di una pratica inventata casualmente dai nostri antenati.
Ma se si guarda al fenomeno nella sua interezza, sembra molto più probabile che sia stato imposto da una fonte esterna, soprattutto se si prende in considerazione l’uniformità della metodologia, gli strumenti e le tecniche utilizzate dalle culture di tutto il mondo. E’ davvero difficile accettare che la pratica si sia sviluppata in maniera indipendente in tutte le culture del mondo.
Il naturalista francese, Jean Louis Armand de Quatrefages de Bréau, nei sui scritti del 1889 affermava che le somiglianze straordinarie tra i teschi allungati non potevano essere fatte risalire ad origini autonome o come un impulso innato nella razza umana. I reperti, a suo parere, erano la prova dell’esistenza di una cultura unica diffusa globalmente in tempi remotissimi.
Se fosse vero, chi potrebbe aver insegnato, e addirittura imposto, la tradizione della deformazione cranica ai nostri antenati? Potrebbero essere stati i sopravvissuti alla grande alluvione riportata nella Bibbia, i cosiddetti Antichi Umani discendenti da Atlantide? Oppure, potrebbero essere stati i membri di una razza aliena in visita sul nostro pianeta, come credono i teorici degli Antichi Astronauti?
Al momento, non esiste una risposta convincente al come e perchè sia nata la curiosa tradizione della deformazione cranica, ma certamente la scoperta di nuove prove e reperti porterà alla conoscenza della sua vera origine. [Editato dall’articolo originale della dottoressa Rita Louise, curatrice del sito www.soulhealer.com].

domenica 20 settembre 2015

UN ANTICO CATACLISMA COSMICO REGISTRATO SULLA “MAPPA STELLARE SUMERA” DI 5 MILA ANNI FA?

Un disastroso evento avvenuto 9800 anni fa sconvolse le Alpi austriache. Due ingegneri sono convinti che il cataclisma cosmico era conosciuto dai Sumeri e registrato su un reperto definito “Mappa Stellare Sumera”.

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L’Evento di Köfels è una gigantesca frana verificatasi sulle Alpi austriache circa 9800 anni fa, spessa oltre 500 metri e con un fronte lungo almeno 5 chilometri.
Le caratteristiche enigmatiche dell’evento hanno sconcertato gli archeologi per un bel po’ di tempo.
L’ipotesi è che la gigantesca frana sia stata causata dall’impatto di un asteroide (di qui anche l’espressione “Impatto di Köfels”), anche se non tutta la comunità scientifica è concorde su questa teoria.
Le ragioni dell’impatto vengono trovate dalla presenza di roccia fusa. Al momento, gli unici processi noti in grado di generare questo fenomeno sono l’attività vulcanica o l’impatto di corpi celesti con la superficie terrestre.
Tuttavia, i ricercatori che non concordano con l’ipotesi dell’impatto avanzano la possibilità che la roccia fusa sia il risultato del calore generato dall’attrito opposto dalla parete montuosa all’avanzata della frana.
Questo non ha impedito a due ingegneri britannici di pubblicare un libro nel quale sostengono che l’Evento di Köfels sia stato causato da un meteorite, che abbia ispirato numerosi miti nelle culture antiche e che sia stato registrato su un’antica tavoletta d’argilla sumera.
Alan Bond e Mark Hempsell, nel loro libro “A Sumerian Observation of the Kofels’ Impact Event”, sostengono che la tavoletta sumera documenti l’impatto di un asteroide avvenuto il 29 giugno 3123 a.C., divenendo la fonte di numerosi miti, tra cui la distruzione di Sodoma e Gomorra e del mito greco di Fetonte, il figlio del dio del Sole Apollo che mentre faceva un giro sul carro del padre, prese fuoco schiantandosi al suolo.
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I due ingegneri, ritraducendo la tavoletta scritta in caratteri cuneiformi, si sono persuasi che l’evento documentato dai sumeri sia da collegare all’Evento di Köfels.
Però, la loro teoria presenta dei problemi, il più importante legato alla cronologia. La datazione al radiocarbonio eseguita su alcuni tronchi d’albero sepolti dalla frana hanno restituito un’età di circa 9800 anni, circa 4 mila anni prima che venisse scritta la tavoletta sumera.
Inoltre, non sembra esserci nessun cratere sul sito di Köfels. Tuttavia, tutti ammettono che mancato prove definitive per escludere o affermare in maniera definitiva la causa dell’evento.
Allora, qual è la connessione tra la sofisticata mappa stellare dei sumeri e l’enigmatico evento avvenuto in Austria?
astrolabio-sumeriLa tavoletta cuneiforme si trova nella collezione del British Museum, nota come “Il planisfero” e registrata con il codice K8538. Ancora in fase di studio, la tavoletta fornisce la straordinaria prova dell’avanzatissima astronomia sumera.
La tavoletta fu recuperata nel tardo 19° secolo nella biblioteca sotterranea del re Assurbanipal a Ninive, Iraq.
Per molto tempo si è pensato che fosse un reperto dell’impero assiro, ma il confronto computerizzato tra l’inscrizione e la volta celeste della Mesopotamia del 3300 a.C. ha dimostrato la sua più antica origine sumera.
Si tratta di un vero e proprio “Astrolabio”, il primo strumento astronomico conosciuto. Si compone di un cerchio segmentato con le marcature di misura dell’angolo per calcolare la posizione delle stelle.
Purtroppo, parti considerevoli del planisfero sono mancanti (circa il 40%), conseguenza dwi danni che risalgono al saccheggio di Ninive. Ll’esame della tavoletta d’argilla rivela la presenza delle costellazioni e dei relativi nomi.
Grazie all’utilizzo di un software in grado di simulare le traiettorie e le posizioni dei corpi nel cielo di migliaia di anni fa, i ricercatori hanno concluso che il planisfero sumero registra gli eventi astronomici avvenuti entro il 29 giugno 3123 a.C. (calendario giuliano).
L’aspetto che ha incuriosito i ricercatori è la presenza su una metà della tavoletta di un oggetto abbastanza grande da farsi notare.
L’osservazione suggerisce che possa trattarsi di un asteroide di tipo Aten, ovvero un asteroide facente parte del gruppo dei near-Earth caratterizzati da un’orbita con semiasse maggiore inferiore ad un’unità astronomica. Il nome del gruppo deriva da quello dell’asteroide Aten, il primo oggetto di questo tipo ad essere scoperto; fu individuato il 7 gennaio 1976 da Eleanor Helin.
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L’oggetto riportato sulla tavoletta sumera, in proporzione, misurerebbe più di un chilometro di diametro e la sua traiettoria sarebbe coerente con l’impatto di Köfels.
Infatti, secondo i due ingegneri, la peculiare traiettoria dell’asteroide spiegherebbe perché non vi sono segni d’impatto sul sito. L’angolo di arrivo sulla Terra sarebbe stato molto stretto (circa sei gradi), il che significa che l’asteroide, più che impattare sul terreno, avrebbe tagliato la cima di una montagna chiamata Gamskogel, a circa 11 chilometri da Köfels, causando la catastrofica valanga.
Nonostante i presupposti delle teoria di Alan Bond e Mark Hempsell siano in gran parte accettati, rimane il dubbio sulla discrepanza cronologica: secondo il radiocarbonio, l’Evento di Köfels è avvenuto circa 9800 a.C., mentre la tavoletta sumera risale al IV millennio a.C. Come spiegare questa incongruenza? 
Le possibili soluzioni sono : 1) la teoria dei due ingegneri britannici e sbagliata e la tavoletta sumera registra un evento differente non ancora compreso; 2) i risultati al radiocarbonio potrebbero essere stati viziati da difetti nei campioni; 3) i sumeri sapevano del catastrofico impatto avvenuto 4 mila anni prima, tramandandolo sulla tavoletta prodotta nel 3123 a.C.
Ad ogni modo, le analisi e gli studi sul Planisfero sumero e del sito di Köfels non sono conclusi. La comprensione di queste due storie del passato terrestre potrebbero svelare agli studiosi sorprendenti conseguenze.

sabato 19 settembre 2015

È LA TERRA? NO, È PLUTONE! LE NUOVE FANTASTICHE FOTO DI PLUTONE

Plutone 'entusiasma' nel nuovo spettacolare retroilluminato Panorama

Le ultime immagini di Plutone scattate dalla sonda New Horizons della NASA hanno sbalordito gli scienziati - non solo per i panorami mozzafiato di maestose montagne ghiacciate , flussi di azoto congelato e ossessionanti nebbie basse, ma anche per la loro strana familiarità con le zone artiche della terra.


Plutone e le sue montagne viste sempre più da vicino grazie alle nuove immagini pubblicate dalla Nasa.
A scattarle la sonda New Horizons, durante il sorvolo del 14 luglio.
Quello che rimane immortalato è un paesaggio mozzafiato, con montagne di ghiaccio che emergono dalla nebbia e pianure di azoto congelato. Per la Nasa il paesaggio è straordinariamente simile a quelli polari della Terra.
A soli 15 minuti dopo il suo avvicinamento a Plutone il 14 luglio 2015, New Horizons della NASA si è voltata verso il sole e ha catturato questa immagine quasi al tramonto delle aspre, montagne ghiacciate e pianure di ghiaccio piatte che si estendono fino all'orizzonte di Plutone.


«Queste immagini ci fanno davvero sentire lì e rivelano nuovi dettagli della superficie e dell’atmosfera di Plutone», ha detto il responsabile scientifico della missione, Alan Stern, del Southwest Research Institute, a Boulder.

Alcune foto sono state scattate durante il sorvolo, altre dopo 15 minuti dall’avvicinamento a Plutone, quando New Horizons si è voltata a guardare ancora il pianeta nano e lo ha fotografato quasi al tramonto.
Si vede un primo piano delle maestose montagne alte 3.500 metri che “incorniciano” parte della distesa di ghiaccio d’azoto, chiamata Sputnik, nel cosiddetto “cuore” di Plutone.
Alle spalle della pianura di azoto congelato le foto rivelano strutture simili a fiumi di ghiaccio, che secondo la Nasa somigliano ai flussi di ghiaccio che scorrono ai margini della calotte polari, in Groenlandia e Antartide.
La sonda ha immortalato anche gli strati di foschia che si estendono fino a 100 chilometri dalla superficie. «Oltre ad essere di forte impatto visivo, queste nebbie mostrano che anche su Plutone, come sulla Terra, il tempo cambia ogni giorno», ha detto Will Grundy, del Lowell Observatory, a Flagstaff.
La nebbia e i flussi di ghiaccio, secondo la Nasa sarebbero “spie” che sul pianeta nano vi sarebbe un ciclo dell’azoto simile a quello dell’acqua sulla Terra.
«Non ci aspettavamo di trovare un ciclo simile su Plutone, date le condizioni di freddo estremo che vi sono alla periferia del sistema solare», ha rilevato Alan Howard, dell’università della Virginia. Il ciclo sarebbe innescato dalla luce fioca del Sole che farebbe evaporare l’azoto ghiacciato che poi cadrebbe sulla superficie come neve.
«Plutone è sorprendentemente simile alla Terra in questo senso e questo nessuno lo aveva immaginato», ha aggiunto Stern.