sabato 29 agosto 2015

RUSSIA: SCOPERTO STRANO SCHELETRO CON IL CRANIO ALLUNGATO NEL SITO DI ARKAIM

Il misterioso sito di Arkaim, conosciuto come la Stonehenge russa, ha consegnato ai ricercatori lo strano scheletro di una donna vissuta 2 mila anni fa e che presenta il cranio allungato. Quale storia si nasconde dietro la misteriosa donna antica?

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Uno scheletro con il teschio dalla forma insolita è stato portato alla luce nel sito archeologico diArkaim, conosciuto come la Stonehenge della Russia.
Alla diffusione della notizia, alcuni sostenitori della Teoria degli Antichi Astronauti hanno subito ipotizzato che il misterioso ritrovamento possa essere la prova che gli alieni hanno visitato la Terra in passato.
Tuttavia, le ipotesi degli archeologi sembrano andare nella direzione opposta. Secondo i ricercatori, le ossa appartengono ad una donna umana vissuta circa 2 mila anni fa. Il cranio allungato sarebbe il risultato di un’antica pratica legata alle tradizioni tribali. Si ritiene che la donna appartenesse ad una tribù che faceva parte di quello che oggi è il territorio dell’Ucraina.
I resti sono stati trovati ad Arkaim, vicino a Chelyabinsk nella Russia centrale, un insediamento risalente almeno a 4 mila anni fa. Il sito è associato a quello di Stonehenge perché si pensa fosse utilizzato dai popoli antichi per l’osservazione dei corpi celesti, proprio come il sito britannico.
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È stata la stessa autrice della scoperta, la ricercatrice Maria Makurova, a confermare la notizia all’agenzia di stampa TASS: «Abbiamo trovato uno scheletro ben coservato», come riporta Russia Today. «Io non escluderei che lo scheletro appartenga ad una donna della tribù Sarmati, la quale viveva nei territori dell’attuale Ucraina, Kazakistan e Russia meridionale. Il cranio allungato veniva ottenuto fasciando le teste dei bambini con delle fasce strette. Si tratta di una tradizione della tribù».
La ricercatrice si è rifiutata di commentare l’ipotesi che si tratti di uno scheletro legato in qualche modo al paleocontatto alieno, affermando che il team sta lavorando su alcune teorie sul significato e sul perché di questa curiosa tradizione, soprattutto perché si tratta di un ritrovamento unico nel suo genere.
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La donna dal cranio allungato è solo l’ultimo dei misteri conservati dallo spettacolare sito di Arkaim. Come Stonehenge, anche Arkaim era utilizzato per l’osservazione e lo studio delle stelle, solo che era molto più avanzato della sua controparte inglese.
Stonehenge consente l’osservazione di dieci fenomeni astronomici utilizzando ventidue elementi, mentre Arkaim permette l’osservazione di diciotto fenomeni astronomici utilizzando trenta elementi.
L’archeologo russo K.K. Bystrushkin nel 2004 ha confrontato i due siti scoprendo che Stonehenge offre una precisione di osservazione di dieci minuti d’arco rispetto ad un punto, mentre Arkaim offre una precisione di un minuto d’arco. Un risultato d’avanguardia per l’epoca in cui fu costruito.
Il sito fu scoperto nel 1987 e da allora ha prodotto una serie di scoperte spettacolari, tra cui alcuni preziosi reperti dell’età del bronzo.
Oltre ad essere un osservatorio astronomico primitivo, fu anche il centro di un importante insediamento, fortificato con due pareti circolari in pietra di grandi dimensioni.
L’insediamento si estende su una superficie di 20 mila m² ed è composto da due cerchi concentrici di abitazioni separati da una strada e con una piazza al centro della comunità.

GLI ANTICHI PERUVIANI SAPEVANO AMMORBIDIRE LA ROCCIA? IL MISTERO DI SACSAYHUAMÁN

Quando si osservano le gigantesche costruzioni megalitiche che l'impero Inca si è lasciato alle spalle, subito balza agli occhi l'incredibile precisione con la quale sono stati posizionati i blocchi di pietra, alcuni dei quali pesanti più di 150 tonnellate. Come ha potuto una civiltà tanto primitiva realizzare delle opere architettoniche così precise?

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Nella sierra sud del Perù, a più di 3400 metri di altitudine, si trovaCuzco, l’antica capitale dell’Impero Inca.
Qui è possibile osservare una delle realizzazioni architettoniche più sconcertanti dell’archeologia sudamericana: la Calle Hatun Rumiyuq, la strada che va dalla piazza de Armas fino al Barrio de San Blas.
La via è costeggiata da un’incredibile muraglia in pietra realizzata a secco, utilizzando una serie di massi accuratamente tagliati per combaciare perfettamente uno accanto all’altro. I massi corrispondono così perfettamente che nella fessura tra l’uno e l’altro non è possibile inserire nemmeno uno spillo.
Nel muro è incastonata una pietra che più di tutte ha attirato da sempre l’attenzione dei ricercatori e dei turisti: è la famosa “pietra dei dodici angoli” (immagine in apertura), un masso di notevoli dimensioni perfettamente scolpito per combaciare con le pietre che lo circondano. La precisione dell’assemblaggio è davvero sconcertante.

Le terrazze di Sacsayhuamán

A circa 2 chilometri a nord di Cuzco, ad un’altitudine di 3700 metri, si trovaSacsayhuamán, un complesso fortificato realizzato in pietra che estende su un’area di 3 mila ettari.
Anche qui la tecnica di assemblaggio delle strutture in pietra mostra una precisione che non ha paragoni in America. Alcune delle rocce utilizzate dagli antichi costruttori raggiunge le 150 tonnellate, un peso che avremmo difficoltà a spostare anche con le moderne attrezzature a nostra disposizione.
La precisione con la quale i blocchi sono stati posizionati, combinata con gli angoli arrotondati di alcuni di essi, la varietà delle forme ad incastro e il modo in cui i muri sporgono verso l’interno, ha sconcertato gli scienziati per decenni.

Come hanno fatto gli Inca a realizzare opere così precise avendo a disposizione solo utensili in pietra?
Ad oggi, il metodo utilizzato dagli Inca per abbinare con precisione maniacale le incisioni tra i blocchi di pietra è ancora sconosciuto, soprattutto perchè nessun attrezzo è stato rinvenuto in prossimità del sito.
La spiegazione “ufficiale” è che gli Inca siano riusciti in qualche modo ad indovinare la forma da dare ai blocchi utilizzando semplici strumenti di pietra. Praticamente, posizionavano la pietra sul posto, osservavano la forma di quelle adiacenti e la mettevano giù per realizzarne la forma.
Poi la innalzavano nuovamente e se non corrispondeva ripetevano l’operazione fino a quando i blocchi non combaciavano perfettamente. Tutto questo sarebbe stato eseguito con massi che raggiungevano le 100 tonnellate. Ma è possibile immaginare una procedura tanto complessa e faticosa?
Considerando l’assoluta precisione dei tagli, che sarebbe stata ottenuta utilizzando utensili in pietra, e il reiterato innalzamento dei mastodontici blocchi senza l’utilizzo di gru meccaniche, l’intero processo appare straordinariamente improbabile.
Nei libri di storia si legge che Sacsayhuamán all’epoca dei conquistadores era occupata dagli Inca e che i lavori della sua costruzione siano stati completati nel 1508. Ma Garcilaso de la Vega, uno scrittore peruviano nato nel 1539 a Cuzco, affermava di non avere idea su come fossero state realizzate le strutture di Sacsayhuamán.
Inoltre, quando i conquistadores spagnoli arrivarono in Perù, appresero dagli stessi Inca che le strutture megalitiche erano lì da molto tempo prima di loro, costruite da un popolo diverso.
Se i costruttori erano più antichi degli Inca, vorrebbe dire che è esistita una civiltà molto più avanzata di cui non sappiamo quasi nulla, tranne che avrebbe avuto la possibilità di creare una fortezza come quella di Sacsayhuamán.

Teoria alternativa

Di recente, un’interessante teoria è stata avanzata per tentare di spiegare la straordinaria modellazione dei blocchi di pietra e che affonda le radici in una leggenda riportata dai primi esploratori arrivati in zona, come Hiram Bingham e il leggendario Parcy Fawett.
La leggenda afferma che gli antichi fossero in possesso di un particolare liquido ottenuto dalle piante, capace di rendere la pietra morbida e facile da modellare. Più tardi, nel 1983, Jorge A. Lira, un sacerdote cattolico, affermò di aver riprodotto la tecnica per ammorbidire la roccia, ma di non essere in grado di rendere le pietre di nuovo solide.
Altri hanno addirittura ipotizzato che i costruttori di Sacsayhuamán fossero in grado di fondere la roccia fino a darle la forma voluta, ma per ottenere un tale effetto sarebbero state necessarie temperature elevatissime.
Tuttavia, mentre le teorie rimangono speculative, si può essere abbastanza sicuri che martelli di pietra e ripetuti sollevamenti non possano garantire la precisione e la forza necessaria per realizzare una struttura come Sacsayhuamán.
Monumenti enigmatici come questi ci invitano a conoscere meglio il nostro passato, così da renderci conto di quanto possano essere stati avanzati i nostri antenati.

mercoledì 26 agosto 2015

SEGNI DI MACELLAZIONE SU OSSA ANIMALI DI 3,4 MILIONI DI ANNI FA: CRONOLOGIA UMANA DA RIVEDERE

Uno coppia di ossa animali scoperti nel sito di Dikika, Etiopia, e risalenti a 3,4 milioni di anni fa, sembra mostrare tipici segni di macellazione eseguiti con utensili in pietra. Lo studio prodotto dai ricercatori della Emory University sostiene che le ossa di Dikika rappresentano dunque il primo esempio conosciuto di macellazione animale, spingendo significativamente indietro nel tempo, almeno di 800 mila anni, la comparsa dei primi ominidi capaci di usare strumenti in pietra.

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Secondo Jessica Thompson della Emory University e i suoi colleghi del Journal of Human Evolution, non ci sono dubbi: la comparsa dei primi ominidi capaci di utilizzare strumenti in pietra va anticipata di circa 800 mila anni rispetto a quanto finora creduto.
La prova sarebbe contenuta in una coppia di ossa ritrovate nel sito di Dikika, Etiopia.
Le ossa mostrano una serie di segni che in uno studio prodotto nel 2011 da altri scienziati erano stati attribuiti da eventi accidentali, come il calpestio da parte di altri animali.
Ma questa conclusione non ha convinto la Thompson, la quale, insieme ai suoi colleghi, ha eseguito un nuovo studio compiendo un’analisi statistica su più di 4 mila ossa trovate nello stesso sito, confutando così lo studio del 2011.
«La nostra analisi mostra chiaramente che i segni su queste ossa non sono stati causati dal calpestio», spiega la Thompson sul sito della Emory University. «La migliore ipotesi che abbiamo, utilizzando i dati attualmente disponibili, è che i segni siano il risultato di macellazione con utensili di pietra. Queste ossa sono state colpite con grande forza più volte».
sito-dikikaIl risultato dello studio è molto importante, dato che potenzialmente spingerebbe indietro di circa 800 mila anni l’uso di strumenti in pietra, nonché la macellazione di grandi animali.
«Una delle questioni più importanti da comprendere nell’evoluzione umana è quando abbiamo cominciato a mangiare carne, dal momento che questo evento è considerato una probabile spiegazione alla crescita del nostro cervello e, dunque, alla crescita anche della sua complessità», continua la ricercatrice.
Le conoscenze attuali ci dicono che il genere Homo emerse circa 2,8 milioni di anni fa. I primi strumenti in pietra noti risalgono a circa 2,6 milioni di anni fa. La comparsa degli utensili viene associata all’aumento della dimensione del cervello dei primi ominidi, solitamente attribuito ad una dieta di qualità superiore.
Tuttavia, la datazione delle ossa animali di Dikika è stata fissata a circa 3,4 milioni di anni fa. Dunque, se le ossa sono state macellate con strumenti in pietra, allora la datazione della loro comparsa va anticipata di 800 mila anni, un’autentica svolta nella paleoantropologia.
«Se vogliamo capire quando e come i nostri antenati hanno cominciato a mangiare carne, abbiamo bisogno di perfezionare le nostre analisi e applicare nuovi metodi per il recupero e lo studio dei reperti. Ci auguriamo che altri ricercatori useranno il nostro lavoro per confrontare statisticamente i campioni trovati in altri siti», conclude la Thompson.

martedì 25 agosto 2015

DOGGERLAND, L’ANTICO CUORE D’EUROPA SOMMERSO DA UNO TSUNAMI CATASTROFICO

Secondo i ricercatori britannici un tempo la parte di terreno sommersa era il centro dell'Europa. I sommozzatori si sono imbattutti nei resti di quello che sembra un vero e proprio "mondo sommerso".

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Non lontano dalle coste della Gran Bretagna sono state trovate tracce di una continente scomparso.
L’Atlantide Britannica – come l’hanno definita gli studiosi – venne sommersa dalle acque in un periodo tra il 18000 a.C. e il 5500 a.C.
Secondo i ricercatori britannici un tempo la parte di terreno sommersa era il centro dell’Europa. Infatti, Doggerland un tempo si estendeva dalla Scozia alla Danimarca, ma che all’improvviso si trovò ricoperta dalle acque del Mare del Nord. La ragione della scomparsa della terra, si pensa sia dovuta a un improvviso cambiamento climatico globale.
L’Atlantide Britannica è stata scoperta da un team di sommozzatori alle dipendenze di alcune compagnie petrolifere che lavorano in collaborazione con il dipartimento scientifico dell’Università di St. Andrews.
I sommozzatori si sono imbattutti nei resti di quello che sembra un vero e proprio “mondo sommerso”, con una popolazione di decine di migliaia di persone e che potrebbe essere stato il “cuore vero e proprio” dell’Europa antica.
Grazie ai dati raccolti dai tecnici delle compagnie petrolifere, un team di archeologi, climatologi e geofisici è riuscito a mappare tutta la superficie della “terra perduta”. Secondo gli studiosi, questa antica zona d’Europa era abitata da una fauna e da una flora molto rigogliosa.
Inoltre, è molto probabile che fosse uno dei territori popolato dai mammuth, specie che si è estinta proprio con la fine dell’ultima glaciazione.
Il motivo dell’inondazione del territorio di Doggerland è ancora da chiarire. I ricercatori pensano che l’antico cuore dell’Europa sia stato, ad un tratto, colpito da uno tsunami devastante.
L’immane onda sarebbe l’epilogo finale di un processo più ampio che ha sommerso le zone più basse nel corso di migliaia di anni. Non è da escludere che la scomparsa di Doggerland sia da associare al cataclisma globale che, secondo alcuni studiosi, avrebbe colpito il nostro pianeta circa 12 mila anni fa.
Secondo il dottor Bates, geofisico, “Doggerland era il vero cuore dell’Europa. Per anni abbiamo speculato sull’esistenza di una terra perduta, a partire dalle ossa animali tirate su dalle reti dei pescatori di tutto il Mare del Nord, ma è solo grazie al lavoro con le compagnie petrolifere che siamo stati in grado di ricostruire l’aspetto e l’estensione di questa terra parduta”.
Come riporta il resoconto offerto dal Daily Mail, la ricerca è il frutto di 15 anni di meticoloso lavoro sul campo intorno alle acque torbide della Gran Bretagna. Grazie a tecniche pionieristiche, gli studiosi sono stati in grado di ricostruire la flora e la fauna che popolavano l’antica Doggerland.
Inoltre, i numerosi reperti ritrovati sul fordo del mare, riportano “in vita” le numerose popolazioni del mesolitico che abitavano il continente perduto. Il team di ricerca è attualmente impegnato a ricostruire le abitudini di queste popolazioni, compresi gli eventuali luoghi di sepoltura.
Questa ricerca non fa altro che confermare un dato ormai costante nelle ricerche paleontologiche ed archeologiche degli ultimi anni: il pianeta Terra ha un passato drammatico, caratterizzato da massicci e improvvisi cambiamenti climatici.
La speranza è che guardando alla storia passata del nostro pianeta, riusciamo a gettare luce su eventi che potrebbero ripetersi in un futuro non troppo lontano.

lunedì 24 agosto 2015

CRISTOFORO COLOMBO RIPORTA I FENOMENI DEL ‘TRIANGOLO DELLE BERMUDA’ NEL SUO DIARIO

Il navigatore genovese, durante la navigazione, registra nei suoi diari strani fenomeni luminosi.

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Ci sono posti nel mondo che sconcertano gli studiosi e gli scienziati da anni. Chi ha visitato questi siti misteriosi racconta di strane energie, sparizioni inspiegabili e fenomeni soprannaturali.
Forse il più famoso, o famigerato, dei posti misteriosi del mondo è ilTriangolo delle Bermuda. Da decenni, questa striscia di oceano che si estende per quasi 1,3 milioni di chilometri quadrati, che si estende tra Miami, Porto Rico e Bermuda, lascia perplessi scienziati, marinai esperti e perfino investigatori dell’esercito.
Si racconta di aerei che scompaiono misteriosamente, avvistamenti di strane luci, navi ritrovate completamente vuote con l’equipaggio svanito nel nulla e molte altre stranezze che convergono tutte in questo angolo di oceano Atlantico.
E’ un fenomeno complesso e ampiamente documentato. Ma che cosa ha causato la sparizione di navi e aerei senza lasciare traccia? Perchè l’equipaggio e la strumentazione hanno smesso di funzionare?
I documenti marittimi storici mostrano che i misteri del triangolo delle Bermuda sono molto più antichi di quanto si immagini. Fin dagli inizi delle esplorazioni oceaniche, i marinai hanno riportato strani avvistamenti.
Si può dire che la consapevolezza del triangolo delle Bermuda sia iniziata con Cristoforo Colombo, il quale, essendo un navigatore esoterico ed un bravo marinaio, teneva un diario di bordo molto accurato delle sue traversate verso il mondo nuovo.
A quanto pare, appena Cristoforo Colombo entro nella zona di oceano conosciuta come il Triangolo delle Bermuda riportò problemi alla bussola. La notte seguente vide una grande sfera di fuoco inabbisarsi nell’oceano. Inoltre Colombo riporta l’apparizione di strane luci e di curiosi fenomeni metereologici.
Queste testimonianze storiche rendono evidente il fatto che quello del Triangolo delle Bermuda non è solo un mito moderno o una leggenda metropolitana nata alle soglie del ventunesimo secolo. Questi fenomeni sono antichi almeno quanto i primi navigatori che si avventurarono in quella zona.

Il Triangolo e l’Esercito statunitense

Circa quattrocentocinquanta anni dopo Cristoforo Colombo, il 5 dicembre 1945, l’esercito degli Stati uniti visse direttamente il più sconcertante mistero del Triangolo delle Bermuda.
Alle due del pomeriggio, cinque bombardieri della marina statunitense decollarono da una base navale di Fort Lauderdale in Florida per una esercitazione di routine. Ma dopo appena due ore di volo, tutti e cinque gli aerei scomparvero all’improvviso.
Il mistero si infittì ulteriormente quando la marina inviò un aereo di soccorso e anch’esso scomparve. Sei aerei guidati da piloti esperti risultarono svaniti nel nulla. Tutti rimasero molto sconcertati. Nonostante ci si trovasse nell’epoca moderna con i radar e le radio, fu impossibile localizzare gli aerei scomparsi.
La domanda è: dove sono andati a finire? Sembrerebbe che i velivoli siano scomparsi dal nostro spazio-tempo per essere trasportati in qualche altro luogo, in qualche altro tempo o qualche altra dimensione. Questo è il grande mistero del triangolo della Bermuda.
Il Triangolo e i piloti civili
Nel 1970, il pilota americano Bruce Gernon stava volando con suo padre ed un socio d’affari dalle Bahamas alla Florida. Gernon raccontò di aver visto una strana nube proprio davanti al suo aereo.
Più si avvicinavano, più la nube assumeva la forma di un vortice a spirale. Questo il racconto di Gernon:
“All’inizio il tunnel era enorme, ma poi cominciò a diventare rapidamente più piccolo. Quando entrammo nel tunnel successe una cosa incredibile: si formarono delle linee. Era come guardare nella canna di un fucile, perchè le linee si avvolgevano lentamente a spirale in senso antiorario.
Incontrammo un’intensa elettricità. Vedevamo dei flash che andavano e venivano, e intorno eravamo circondati da una strana nebbia giallo-grigia, che io chiamo ‘nebbia elettrica’. Gli strumenti non funzionavano e allo stesso tempo provavamo una sensazione incredibile”.
Gernon afferma che una volta usciti dalla nebbia chiamarono il controllo aereo di Miami, ma nessuno riuscì a trovare il loro aereo sullo schermo del radar.
“Circa tre minuti dopo, il controllore radar tornò alla radio tutto contento. Ci aveva individuato sopra Miami. Non riuscivamo a crederci perchè eravamo in volo soltanto da trenta minuti, mentre avremmo dovuto metterci più di un’ora per giungere a destinazione”.
Si possono davvero verificare questi balzi di tempo e di spazio? È possibile che gli extraterrestri usino questi passaggi per raggiungere la Terra? Secondo la Teoria della Relatività di Einstein è possibile!
Secondo la teoria dello scienziato tedesco, è possibile curvare lo spazio utilizzando una spinta gravitazionale, fino a creare un passaggio nello spazio-tempo che permetta di percorrere grandi distanze in tempi minimi.
Dato che i tunnel gravitazionali, in teoria, si possono trovare in tutto l’universo, forse questi stessi passaggi si trovano in aree più piccole della terra. Se è così, forse sono gli strani livelli elettromagnetici la chiave per scovarli.
È possibile che il Triangolo delle Bermuda sia esattamente un passaggio interdimensionale usato dagli alieni e che questo portale funzioni in entrambi le direzioni. Questo spiegherebbe la sparizione degli aerei e delle navi, ma anche l’apparizione di oggetti UFO nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico.
Se, come affermano i teorici degli Antichi Astronauti, i visitatori extraterresti lo usano per venire sulla Terra fin dall’antichità, forse un giorno potremo anche noi usare questa scorciatoia per andare da loro, e se davvero esiste un portale interdimensionale nel mare aperto del Triangolo delle Bermuda, forse ce ne sono altri sulla terra ferma come la “Porta degli dei” in Perù che abbiamo descritto in un recente post.

domenica 23 agosto 2015

L'enigma delle statue neolitiche di Ain Ghazal

QUESTE ENIGMATICHE STATUE RAPPRESENTANO FORSE ANTICHE ETNIE ESTINTE E SCONOSCIUTE, DALLA CULTURA SUPERIORE, CHE IL POPOLO DI AIN GHAZAL VENERAVA SOTTO FORMA DI CULTO DEGLI ANTENATI? 


Le enigmatiche statue dell'insediamento neolitico di Ain Ghazal, in Giordania, risalenti a 9000 anni fa.

Ain Ghazal è un insediamento neolitico risalente a 9000 anni fa, in Giordania, nei pressi di Amman. Fu abitato fino al 5000 a.C. e nel suo periodo più antico raggiunse fino a 3000 abitanti, circa 4 volte più della coeva Gerico, considerata (a torto, viste le recenti scoperte archeologiche) la più antica città strutturata del mondo. Il sito fu scoperto nel 1974, durante la costruzione di una strada e gli scavi continuarono fino al 1998, ultimamente condotti dal professor Gary Rollefson, della Harvard University. Dopo il 6000 a.C. la popolazione iniziò a diminuire e ancora non sono chiare le cause di questo fatto. L'insediamento era costituito da piccole case di forma quadrangolare, con due stanze di cui una costituiva l'anticamera, affacciate sulla valle sottostante da un terrazzamento naturale. I muri erano fatti di mattoni di fango rinforzati da uno strato di calce che periodicamente doveva essere rinnovato. Veniva praticata l'agricoltura, con la coltivazione di cereali, legumi, piselli, orzo, lenticchie, ceci e fagioli, integrata all'allevamento di capre e alla caccia a gazzelle, daini, cinghiali, ecc...Insomma, da questo si deduce che la dieta di questa popolazione doveva essere ricca e forse la sua scomparsa fu dovuta ad un cambiamento climatico o all'inaridimento dell'ambiente.
Durante il periodo neolitico C Pre-Pottery (6000-5500 aC), la comunità di Ain Ghazal visse forti tensioni, in parte a causa del sovraffollamento ed eccessivo sfruttamento della terra. Metà della popolazione fu costretta al nomadismo ed a risiedere ad Ain Ghazal solo per una parte dell'anno. Queste condizioni sociali si riflettono negli edifici di questo periodo, in particolare gli edifici di stoccaggio (mostrati qui), che probabilmente ospitavano effetti personali dei migranti. I locali di deposito, ciascuno da 12 a 15 metri quadrati, erano affiancati da un corridoio centrale. Molto simile a un seminterrato inglese, questi "edifici corridoio" sono stati in parte sotterranei.

ricostruzione dell'aspetto delle case di Ain Ghazal, che si affacciavano su un altipiano naturale, dal quale si scorgevano le piantagioni sottostanti.

Le strutture murarie delle case dell'insediamento neolitico di Ain Ghazal (9000 anni fa).

LE STATUE DEGLI ANTENATI

Non possiamo non lasciarci suggestionare dagli occhi e dagli strani lineamenti delle statue di gesso neolitiche dal sito preistorico di Ghazal, vicino ad Amman, in Giordania, risalenti al 7000 a.C. Il sito è stato abitato per oltre 2000 anni e nel primo periodo era costituito da case di pietra dove abitavano famiglie mononucleari; fonti di sostentamento erano la pastorizia integrata alla caccia e la coltivazione di legumi e cereali. La vita cominciava in questo periodo ad avere caratteristiche più stanziali rispetto all'epoca paleolitica e così le abitazioni iniziarono ad essere più elaborate, con un abside dedicato al culto degli antenati (culto comune a tutte le popolazioni del mondo), solo che in questo caso la nebbia del mistero avvolge le caratteristiche fisiognomiche delle 32 statue trovate sepolte deliberatamente in due fosse adibite forse a custodirle o ad occultarle; le statue sono alte poco più di un metro, alcune bicefale nell'intento forse di rappresentare la dualità dell'esistenza o l'unione degli opposti intesa come creazione. Le sculture sono modellate in gesso bianco e gli occhi dalla straordinaria e viva espressione furono ottenuti incastonandovi conchiglie di Cyprea e bitume per quel che riguarda le pupille. Gli studiosi sono molto imbarazzati dal loro aspetto, che riproduce certamente i tratti di qualche misteriosa etnia scomparsa da tempo immemorabile e sopravvissuta nel ricordo di queste popolazioni neolitiche, visto che queste statue rappresentano "gli antenati" e gli antenati erano tradizionalmente venerati presso tutte le culture antiche del mondo. I loro occhi sono affusolati, il naso ha una forma piccola e innaturale, la bocca è appena accennata, il collo è lungo, viste di profilo le teste sono schiacciate posteriormente e compensano l'ampiezza allungandosi verso l'alto, l'espressione enigmatica è benevola e rassicurante.

Profilo di una delle statue di Ain Ghazal: si notano le strane caratteristiche fisiognomiche che se non sono da attribuire al caso, corrispondono piuttosto al tentativo di imitare antiche popolazioni, venerate come "gli antenati"?

Questa è certamente la più vivace e suggestiva fra le statue di Ain Ghazal, il suo sguardo sembra farci dimenticare il tempo trascorso dalla sua realizzazione.

La precedente statua di Ain Ghazal nella sua interezza: alta poco più di un metro, in gesso.

LE MASCHERE FUNERARIE SUI TESCHI DEI DEFUNTI

Queste raffigurate qui di seguito sono le maschere di gesso modellate sui teschi dei defunti nell'insediamentico di Ain Ghazal, in Giordania, 7000 a.C., dove negli anni '80 del secolo scorso furono ritrovate le 32 statue, sempre di gesso, dedicate probabilmente al culto degli antenati. Il loro anomalo aspetto è dovuto al fatto che la mascella inferiore veniva stranamente rimossa al fine di ottenere queste sembianze indecifrabili. I defunti venivano seppelliti nella terra finchè dei loro corpi rimanevano soltanto le ossa, successivamente venivano riesumati e seppelliti di nuovo sotto il pavimento di casa o in un cortile adiacente, comunque vicino all'abitazione. Il cranio veniva seppellito separatamente dal resto dello scheletro e le maschere di gesso assieme ai teschi erano anch'esse di nuovo sepolte. La medesima usanza di separare i teschi dal corpo si ritrova nel sito neolitico di Catal Hoyuk in Anatolia, risalente allo stesso periodo ed anche alla vicina Gerico, Tell Ramad, Beisamoun, Nahal Hemar, con rispettive usanze di ricoprire il cranio con ocra rossa, conchiglie nelle cavità oculari, maschere di terracotta, ecc...

Le maschere funerarie di Ain Ghazal (9000 anni fa) modellate in gesso sui teschi dei defunti dopo aver rimosso la mascella inferiore. Questo fatto dona loro un aspetto "alieno" su cui molti si sono fatti delle ingiustificate fantasie.

La maschera mostrata qui, simile a quelle ritrovate nel vicino sito di Ain Ghazal (9000 anni fa), con occhi incastonati di conchiglie, è stata scoperta da John Garstung nei suoi scavi a Gerico negli anni 1930-1936. Dopo essere stato rimosso dal suo scheletro, il cranio fu coperto con una maschera di gesso, che fu poi dipinta con i tratti del viso con bitume e altri pigmenti. Questi teschi-ritratto furono probabilmente mostrati in casa o in un santuario in modo che i membri della famiglia potessero consultarli a piacere, interrogando lo spirito del defunto.

Altre sculture scoperte ad Ain Ghazal.

Alessia Birri, 3 gennaio 2014

Il mistero di Glozel


Un giorno del 1869 alcuni cacciatori usciti in battuta dal castello di Santillana del Mar, ai piedi dei monti Cantabrici nel nord della Spagna, si accorsero che un cane della loro muta si era perso.
Dopo un'affannosa ricerca erano riusciti a sentire i suoi lamenti provenire da una spaccatura nel terreno. Dalla fenditura risaliva un flusso di aria fresca. Scesi nel crepaccio, si erano trovati dentro a una grande caverna.
Recuperato il cane, avevano fatto ritorno al castello e riferito al loro padrone, don Marcelino de Sautuola, quello che avevano accidentalmente scoperto. 


Questi, una volta visitato il posto, consideratolo una cavità naturale, non lo aveva ritenuto particolarmente interessante e aveva dato ordine di chiudere l'accesso affinchè i ragazzi del villaggio non corressero il rischio di precipitarvi. Per i successivi nove anni la cosa restò sepolta nell'oblio. Ma nel 1878 alla Esposizione di Parigi don Marcelino era rimasto fortemente affascinato dalla visita al museo archeologico, dove nelle grandi teche di cristallo aveva avuto modo di osservare resti e graffiti delle età glaciali. (L'ultima è finita circa 12.000 anni or sono). Tornato a casa, don Marcelino si era informato presso esperti e studiosi per sapere dove anche lui avrebbe potuto rintracciare resti e artefatti dell'era glaciale. Aveva allora deciso di riaprire l'accesso alla caverna che era tornato a visitare armato di spada e torcia. I primi scavi furono deludenti: non portò alla luce nulla. Finalmente, dopo oltre un anno di lavoro, la sua pazienza era stata premiata con la scoperta di un'ascia e di alcune pietre lavorate usate come punte da freccia. La scoperta rinnovò le sue energie. Gli scavi ripresero con vigore. Così un giorno, la figlioletta Maria che era con lui nella caverna, aveva preso a chiamarlo tutta eccitata. La bimba, grazie al suo corpicino, si era infilata in un recesso che il padre non aveva notato perché posto troppo in basso. Sulle pareti la bambina diceva di scorgere rappresentazioni di tori in carica. Dapprincipio Marcelino non fu in grado di scorgere niente, ma una volta avvicinata la candela alla parete, aveva immediatamente riconosciuto l'occhio di un bisonte. 

Una perlustrazione più attenta rivelò che tutta la parete dell'anfratto era graffita con disegni di bisonti, mucche, tori, raffigurati in tutte le posizioni possibili. Il primo che don Marcelino riuscì a scorgere interamente era coricato su un fianco, nell'atto di accasciarsi morto a terra. Ma non era tutto, perché anche le altre pareti e il soffitto risultavano completamente graffiti. Toccandoli si rese conto che il pigmento colorato era ancora umido. Sostenuto dall'amico professore e archeologo Vilanova, Marcelino non esitò ad annunciare al mondo la sua straordinaria scoperta. Curiosi e visitatori - compreso il re di Spagna - cominciarono a sciamare a frotte nelle grotte (oggi meglio note come grotte di Altamira). Quando però Marcelino si era recato al congresso archeologico di Lisbona sulla preistoria, era venuto a sapere, con sua grande costernazione, che l'opinione accademica considerava la sua scoperta e i suoi graffiti un falso. Non c'era luminare che valutasse attendibili le sue testimonianze. Il libro pubblicato non venne accolto da nessuno. Si diceva che gli antichi artisti non avrebbero mai potuto dipingere in quel modo e con quello stile. Di certo si era al cospetto di una truffa colossale. Il più acerrimo contestatore di don Marcelino, il Cartailhac, rinomato esperto di preistoria, arrivò addirittura a negargli l'iscrizione al congresso di archeologia che si sarebbe tenuto ad Algeri. Qualche anno dopo anche il Cartailhac scoprì alcune grotte a Les Eyzies, nella valle del Vézère, portando alla luce alcune pitture rupestri del tutto simili a quelle di Altamira. Ma era troppo tardi. Quando era andato ad Altamira per portare le sue scuse a don Marcelino, aveva trovato la figlia Maria, ormai divenuta grande, alla quale non restò che fargli melanconicamente vedere la tomba del padre. Questa storia, emblematica del comportamento dei cosiddetti "esperti", ci è servita come preludio per raccontare un'altra avventura iniziata nel 1924, quando una mucca era precipitata in una grotta nel sud della Francia. Il fatto era accaduto nel terreno della famiglia Fradin, in una fattoria di Glozel, località non distante da Vichy. Già al tempo della prima guerra mondiale i Fradin avevano portato alla luce nei loro campi alcuni frammenti di ceramica; ora, perlustrando la grotta in cui era precipitato l'animale, avevano scoperto una "specie di tomba", contenente vasellame e tavolette incise. 
Il pavimento ovale era ottenuto con mattonelle, su alcune delle quali si distingueva ancora una sorta di strato vitreo, mentre qua e là erano stati trovati altri ammassi vetrosi. Un esperto locale aveva spiegato ai Fradin che molto probabilmente avevano portato alla luce un sito crematorio, cosa che, fra l'altro, rendeva ragione della presenza dei granuli vitrei, anche se a seguito di ulteriori visite, il sito sembrò risalire a tempi più recenti, a una fornace romana se non addirittura medievale. L'anno seguente, un medico di Vichy di nome Morlet, pure lui archeologo appassionato, si era recato alla fattoria. Di recente aveva portato alla luce uno scheletro nel suo giardino di casa. Quando i Fradin si lamentarono con lui dicendogli che intercedesse per loro presso il comune della città affinchè li sollevasse dal pagamento dei diritti di scavo, Morlet fece l'errore di offrirsi di acquistare lui i loro diritti. Avrebbero potuto ovviamente continuare a godere del terreno, ma sarebbe stato meglio circondare la parte interessata dagli scavi con una staccionata. Fu un grave errore perché questo fu il primo motivo di accusa mosso ai Fradin dai loro detrattori: avevano inscenato una colossale farsa solo per guadagnare soldi. Accusa infondata, perché fino all'arrivo del dottor Morlet, i Fradin non avevano tratto mai un quattrino dalla loro scoperta archeologica. Morlet e la famiglia Fradin diedero così insieme il via agli scavi nel terreno, presto conosciuto come il "campo del morto". Sin dall'inizio venne alla luce una varietà impressionante di oggetti fra cui ossa lavorate, disegni di renne su pietra e strani segni che parevano scrittura. 

Ed in effetti, vennero trovate molte tavolette iscritte; ma anche volti graffiti e la figura di un uomo a cavallo di un animale. Lo scrittore francese Robert Charroux, i cui libri sugli antichi misteri avevano trovato in Erich von Daniken un estimatore, nel 1969 ebbe a dichiarare in via confidenziale: «Sappiamo ben poco sulla civiltà di Glozel, salvo che esisteva certamente prima del grande diluvio, il grande cataclisma che sigillò le grotte di Lascaux e le necropoli di Glozel appunto, dal momento che a causa del disastro non si salvò nessuno». Secondo Charroux la civiltà di Glozel fiorì attorno al 15.000 a.C., vale a dire attorno alla fine dell'ultima era glaciale. Era il periodo della cosiddetta cultura magdaleniana, quello a cui le pitture rupestri di Altamira e Lescaux (scoperte nel 1940) sembrano appartenere. Poiché i cacciatori e i pescatori di questo periodo erano letteralmente sommersi da abbondanza di cibo, si registrò una vera e propria esplosione demografica, col trasferimento di molti nuclei umani sulle palafitte. Se Glozel - come Charroux ritiene - è da ascrivere a questo periodo, è allora probabile che le numerose tavolette incise venute alla luce raccontino la sua storia, supportando l'ipotesi di una civiltà molto più antica di quanto crediamo: teoria che offrirebbe nuovi spunti e argomenti per coloro che sostengono la tesi degli "antichi astronauti". Ma lo studio archeologico delle ceramiche di Glozel ha vanificato questa possibilità; non da ultimo, inoltre, sappiamo che i resti ceramici più antichi mai rintracciati al mondo possono risalire al massimo a 9000 anni or sono in Giappone e poco dopo in Europa. Su alcuni manufatti ceramici di Glozel compaiono teste di civette, gli stessi motivi che si rintracciano nella ceramica ascrivibile all'Età del Bronzo (attorno al 2000 a.C.). Lo stesso Morlet, d'altro canto, aveva datato certe pietre appuntite al periodo Neolitico (la cosiddetta età della pietra nuova o lavorata) circoscrivibile attorno al 9000 a.C. Se mai questa ipotesi fosse corretta, vorrebbe dire che l'invenzione della scrittura non risalirebbe al Medio Oriente (Sumer) come normalmente creduto attorno al 1500 a.C., ma in Francia circa 5000 anni prima. Una eminente autorità in merito è stato il professor Salomon Reinach, autore di un best-seller sulla storia delle religioni intitolato Orfeo. La prima reazione davanti ai reperti di Glozel era stata di rigetto: tutti falsi. In realtà, quando si era recato a Glozel si era decisamente ricreduto, arrivando a mutare opinione. Anche in questo caso gli scettici non tardarono ad intervenire. Qualcuno arrivò persino a dire che Reinach aveva deciso di abbracciare la genuinità dei reperti di Glozel perché, combinazione, sostenevano in pieno le sue teorie come, per esempio, l'idea che le renne avessero abitato la Francia, come molti altri archeologi credevano, e che la Francia e non altri paesi fosse stata la culla della civiltà. Ad ogni buon conto, mutata opinione, Reinach aveva dichiarato di accettare i ritrovamenti come genuini, suscitando attorno alla questione un interesse mondiale che trasformò Glozel in una attrazione turistica fra le più ricercate. Ma le opposizioni non cessavano. Un gruppo di archeologi disse che si trattava di un inganno perpetrato dalla famiglia Fradin, che dopo aver realizzato i manufatti li aveva sepolti per simulare un ritrovamento archeologico. Quando vennero alla luce altre tombe ritenute altrettanto sospette, gli oppositori dissero che era per lo meno singolare che in tante migliaia di anni le aperture di accesso non si fossero ostruite. Venne poi resa pubblica la testimonianza del direttore del Museo archeologico di Villeneuve-sur-Lot, il quale dichiarò che un giorno, trovato per caso rifugio in un granaio abbandonato, aveva trovato alcuni manufatti e oggetti simili a quelli di Glozel non ancora finiti e alcune tavolette di terracotta ancora da cuocere. Era evidente che se questo fosse stato confermato, tutto sarebbe saltato in aria. Ma anche in questo caso c'era un vizio e un sospetto, messo in risalto dai sostenitori dell'autenticità della civiltà di Glozel: era normale che il direttore di un museo avesse buoni motivi per cercare di sminuire, per non dire “ridicolizzare”, le conquiste e le scoperte di un concorrente. Nel 1927, per cercare di fare chiarezza, una commissione scientifica di esperti inviata dal Congresso internazionale archeologico fece visita a Glozel. Il parere fu decisamente negativo, con la precisazione che, tutto sommato, i reperti non erano poi così antichi. Anche la polizia si era scomodata. Prelevati alcuni campioni, li aveva spediti a Parigi, presso il laboratorio di analisi del suo centro specialistico. Qui Reinach si era fatto in quattro per riuscire, tramite l'aiuto di un agente svedese, un certo Soderman, a far spedire gli oggetti da valutare al laboratorio di Stoccolma. La risposta segnalò che il contenuto organico delle ossa era inferiore a quello di un osso recente. Il rapporto della polizia parigina, invece, riferiva che gli oggetti rinvenuti a Glozel davano segno di essere decisamente più freschi, e addirittura la testa di un'ascia sembrava lavorata con uno strumento e non scalfita a mano. Malgrado tutte queste pesanti osservazioni, i sostenitori di Glozel non demordevano. Quando venne accusato di falso e frode, Emile Fradin fece causa e vinse; gli venne riconosciuta come indennità la cifra simbolica di un solo franco. La controversia comunque non si placò, anche se - come era stato per il caso di Altamira - era il senso di scetticismo a prevalere, tanto che l'opinione pubblica si orientò decisamente sull'ipotesi che i reperti di Glozel fossero dei falsi. Quando nel 1953, l'adesso celeberrimo "cranio di Piltdown" venne riconosciuto come falso, furono in molti ad accostare a questo evento i fatti di Glozel. Questo perché anche nel caso della civiltà di Glozel si era a lungo parlato di anello mancante - nella fattispecie il collegamento non ancora scoperto fra i cacciatori dell'Età della Pietra e gli agricoltori sedentari del Neolitico - un buco archeologico a cui gli esperti si riferivano parlando di "antico iato". Si credeva che i cacciatori dell'Età della Pietra avessero seguito la ritirata verso nord dei grandi branchi di renne, mentre gli agricoltori stanziali del Neolitico avevano trovato dimora altrove, probabilmente in Asia. Reinach era arciconvinto - e a ragione, come si venne poi a scoprire - che questi eventi non erano mai accaduti e che molto più semplicemente gli agricoltori del Neolitico avevano poco alla volta scalzato e sostituito i cacciatori-raccoglitori dell'Età della Pietra; in questo senso la civiltà di Glozel colmava lo iato, la lacuna. Ma, proprio come l'anello mancante evolutivo umano, allo stesso modo lo iato di civiltà si dissolse in una bolla di sapone, al punto che il caso di Glozel si trasformò da sospetto a irrilevante. Nel 1974, Emile Fradin - che all'epoca della scoperta era appena diciassettenne - annunciò ai mass media che alcuni esami scientifici condotti in Danimarca sui reperti di Glozel ne avevano dimostrato la piena autenticità.

 La tecnica usata era stata quella della termoluminescenza. Quando la ceramica viene cotta, rilascia in libertà degli elettroni che lasciano delle tracce radioattive nella terracotta lavorata. Dopo, gli elettroni dispersi vengono progressivamente recuperati dalla radioattività. Se la pasta ceramica è stata cotta fra i 300 e i 500°C, è in grado di rilasciare una certa luminosità risultante dalla liberazione degli elettroni. Maggiore è la luminosità irradiata, più antico è il manufatto esaminato. Alcuni campioni rinvenuti a Glozel erano dunque stati spediti al dr. Hugh McKerrel del Museo nazionale scozzese di antichità e al dr. Vagn Mejdahl della Commissione danese per l'energia atomica. Valutata la termoluminescenza delle ceramiche di Glozel, avevano concluso che era stata cotta all'incirca al tempo di Cristo, qualche pezzo forse 800 anni prima. Datazione che, ovviamente, contraddiceva quella proposta da Reinach che parlava di ceramica neolitica; ma demoliva anche le accuse degli oppositori quando sostenevano che gli oggetti erano stati ottenuti in una fornace della fattoria dei Fradin. Allo stesso periodo vennero anche associate alcune tavolette con segni che facevano pensare a una misteriosa scrittura. Scoppiò una feroce polemica. Gli archeologi accusarono i fisici di dabbenaggine e superficialità. La BBC non si lasciò sfuggire l'opportunità e decise di inviare ancora una volta alcuni esperti a Glozel per dare un'occhiata attenta. Ne venne fuori un'altra soluzione ancora, in grado di complicare ulteriormente il già intricato intreccio. Se i primi reperti esaminati risalivano dai 2000 ai 2800 anni or sono, allora gli ultimi esemplari di ceramica avrebbero dovuto risalire al periodo in cui la Gallia (l'odierna Francia) era occupata dai Romani. Risultò che non era affatto così, si trattava di qualcosa sui generis, di unico e distinto. E così il mistero continuava a persistere. Era dunque Glozel un'altra "bufala" come il cranio di Piltdown? È senz'altro una conclusione tentatrice, ma se decidiamo di accettarla dobbiamo ignorare alcuni fatti che attesterebbero l'esatto contrario. Charles Dawson, l'uomo che disse di aver trovato il teschio di Piltdown, era un archeologo dilettante e poteva avere qualche motivo per inscenare una truffa (anche se, a tutt'oggi, non si sa ancora quale avrebbe potuto essere). Ma quando il giovane Émile Fradin e il nonno avevano scoperto la prima "tomba" (o, meglio, la fornace vitrea) non avevano alcun motivo per ingannare e se, poi, è vero che le loro scoperte iniziali risalivano addirittura al tempo della prima guerra mondiale, questo punto diventa ancora più importante. Non cercarono mai di trarre guadagni e profitti dal ritrovamento ed era stato soltanto un anno dopo, quando sulla scena era comparso il dottor Morlet che la famiglia Fradin aveva incominciato a considerare la possibilità di ricavare del danaro dagli scavi. Fu forse questo lo spunto che li spinse sulla strada dell'inganno? Non lo sappiamo, ma potrebbe essere possibile. Viene però spontaneo chiedersi come un contadino francese rozzo e ignorante abbia potuto realizzare tali e tanti preziosi manufatti: ceramiche, teste di ascia, figurine in osso, tavolette d'argilla graffite. Non da ultimo, c'è da osservare che un mattone con "scrittura" era stato proprio uno dei primissimi ritrovamenti. Va da sé che se questo era autentico, anche tutti gli altri scoperti dopo avrebbero dovuto esserlo. Se così fosse, la conclusione è che al tempo del grande Socrate, il centro francese di Glozel ospitava una comunità fiorente, che poteva vantare una propria, originalissima cultura. In quanto a Reinach, non possiamo dargli ragione. La scrittura non nacque per la prima volta in Francia nell'Età della Pietra. C'è però ancora una cosa da dire (vista la grande confusione): la storia ci ha spesso insegnato e fatto toccare con mano che i cosiddetti esperti sbagliano spesso e volentieri. Chissà allora che un giorno anche la famiglia Fradin non venga rivalutata, così come è già accaduto ad altri scopritori, quale per esempio il bistrattato don Marcelino.


 

IL MISTERO DI EILEAN MORE

L’isola degli uomini scomparsi
In pieno oceano Atlantico, a poco più di 100 km dalle isole Ebridi, si trovano le Isole Flannan, note ai viaggiatori come i ''sette cacciatori". 
La più grande e la più settentrionale si chiama Eilean More, nome che, per l'appunto, significa "grande isola". 
Al pari della nave Mary Celeste, questo nome è diventato sinonimo di uno dei grandi misteri del mare. Questo gruppo di isole desolate, venne battezzato San Flannan, da un vescovo del XVII secolo, il quale aveva eretto una cappella su Eilean More. 

 I pastori delle Ebridi erano soliti trasferire le loro greggi di pecore su queste isole per via dei ricchi pascoli erbosi, ma non c'era uomo che si azzardasse a trascorrervi anche una sola notte, poiché si raccontava che quei luoghi erano infestati dagli spiriti e abitati dal "piccolo popolo". A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, con il notevole incremento delle attività inglesi lungo i muri, capitava sempre più spesso che molte navi dirette da sud o da nord sulla rotta di Clydebank, andassero a schiantarsi contro le Flannan, tanto che nel 1895 la sezione settentrionale della sovrintendenza ai fari annunciò che sull'isola di Eilean More sarebbe sorto un faro di riferimento per quella zona di mare. Prima di dare il via ai lavori passarono due anni e quando iniziarono fu impossibile rispettare i tempi progettati. Il mare in continua tempesta e la difficoltà di costruire su un picco a oltre 60 m di altezza resero l'impresa difficile; e così il faro di Eilean More venne inaugurato soltanto a dicembre del 1899. Dall'anno successivo il suo potente fascio di luce avrebbe illuminato la striscia di mare compresa fra Lewis e le Flannan. Però, undici giorni prima di Natale del 1900 il faro era già spento. Che era successo?

Il tempo era troppo brutto e minaccioso per l'ispettore della sovrintendenza, per poter raggiungere sin da subito il faro spento anche se, per precauzione, due erano i possibili accessi, contrapposti fra loro per evitare il vento prevalente, che consentivano di raggiungere la costruzione. Mentre l'uomo, si avvicinava al posto, venne preso da un senso di estrema solitudine quando, osservando da Long Roag, lo sguardo gli si era posato sul gruppo delle Flannan. Un bel mistero: era impossibile che i tre guardiani del faro di Eilean More si fossero ammalati tutti insieme contemporaneamente o che il faro fosse stato distrutto dalla violenza della tempesta.
Il giorno di santo Stefano del 1900 l'alba si presentava chiara e limpida e il mare si era finalmente placato. L’imbarcazione poteva così lasciare il porto alle prime luci. L’ispettore era così ansioso e agitato da rifiutare persine la colazione pur di puntare senza esitazione verso l'isola. Quell'enigma davvero incomprensibile lo tormentava e non vedeva l'ora di poterlo risolvere. All'isola il mare era ancora grosso e ci erano voluti ben tre tentativi prima di poter attraccare al molo orientale. Ai segnali inviati dalla nave, non si era alzata alcuna bandiera di risposta, non un segno di vita. L’ispettore fu il primo a raggiungere l'inferriata che delimitava il recinto del faro. Il cancello era chiuso. Fatto imbuto con le mani aveva chiamato a gran voce, poi si era inerpicato lungo la salita. Al faro la porta principale era sbarrata. Nessuna risposta ai suoi richiami. Nella stanza principale l'orologio a muro era fermo e le braci del camino fredde. Ai piani alti, dove c'erano le stanze da letto che egli visitò solo dopo essere stato raggiunto da due marinai, per la paura di trovare chissà quale terribile spettacolo - tutto era in ordine, a posto, i letti curati e rifatti. L'addetto anziano del faro, era solito scrivere annotazioni su una lavagnetta d'ardesia. L'ultima era datata 15 dicembre alle 9,00 del mattino, proprio il giorno in cui il faro si era misteriosamente spento. Una cosa apparve sicura: non era accaduto per la mancanza di olio. I grandi stoppini erano imbevuti e tutto era predisposto per l'accensione. Insomma, tutto era in perfetto ordine. Risultava evidente che anche il giorno della loro scomparsa i tre uomini si erano preoccupati di assolvere a ogni incombenza; peccato che giunta la sera erano spariti e sull'isola non c'era stato più nessuno per poter accendere la luce del faro. Eppure, il 15 dicembre era stata una giornata calma...
E così l’ispettore era rientrato con i regali natalizi ancora a bordo, perché sull'isola non c'era nessuno. Dopo un paio di giorni, due investigatori avevano raggiunto Eilean More, per cercare di ricostruire ciò che era accaduto. A prima vista la soluzione sembrò facile e lineare. Nell'attracco occidentale, infatti, erano evidentissimi i segni distruttivi di una tempesta. Una grande gru che sovrastava le rocce, aveva tutte le funi avvoltolate in un groviglio inestricabile. Una dozzina di metri sotto, in un crepaccio, venne trovata una grande cassa di attrezzi, scaraventata laggiù da una qualche violenta forza. Era come se un'ondata gigantesca di trenta metri e più si fosse all'improvviso abbattuta sull'isola spazzando via ogni cosa, compresi i tre uomini, ipotesi suffragata dal fatto che gli indumenti protettivi che erano soliti indossare nei sopralluoghi agli attracchi, erano spariti, insomma, l'ipotesi immediatamente intessuta dagli investigatori era piuttosto plausibile. I due uomini, resisi conto che la tempesta stava irreparabilmente danneggiando la gru, indossati i teli impermeabili, erano andati al molo, ma solo per essere investiti da un'ondata gigantesca che li aveva trascinati in mare... Ma che ne era stato del terzo uomo? Aveva forse tentato di aiutare i compagni e pure lui era stato spazzato via dalla cieca furia delle onde?
Ipotesi centrata, ragionevole. Il caso sembrava risolto, salvo saltare tutti in aria quando qualcuno fece osservare che il 15 dicembre era stata una giornata calma e con mare quieto. La tempesta era scoppiata soltanto il giorno dopo. Forse che uno dei tre guardiani si era sbagliato nell'apporre la data del 15 sulla sua lavagnetta degli appunti? Neppure questo. Infatti, rientrato a terra, il capitano della nave testimoniò che proprio quella notte era transitato, in piena calma di mare, nei pressi dell'isola e il faro già era spento.
Anche se quel giorno il mare era calmo, la cosa non escludeva comunque che uno di loro potesse essere egualmente caduto nell'oceano, cosa che spiegherebbe perché il terzo dei tre uomini non aveva indossato il telo impermeabile. Evidentemente, i due compagni avevano tentato di salvarlo, ma erano stati inghiottiti dai marosi ed erano annegati. Eppure, sul molo erano state trovate funi di aggancio e cinture di sicurezza. Possibile che uomini esperti come loro non avessero usato i mezzi di protezione?

Forse l'uomo caduto in mare era svenuto e non avrebbe potuto in alcun modo aggrapparsi a una fune di salvataggio. In questa situazione, però, uno solo si sarebbe gettato in soccorso, lasciando il terzo ben ancorato al molo... e questo che fine aveva fatto...
Un'altra teoria prevedeva l'improvvisa pazzia di uno dei tre, l'uccisione dei due compagni gettati in mare e il successivo suo suicidio. A quel punto, era tutto possibile. Gli investigatori però non trovarono una sola traccia che la potesse in qualche modo suffragare.
Ma la teoria forse più plausibile è quella che venne esposta in un libro. Nel 1947 un giornalista scozzese visitò Eilean More. Era una giornata bellissima e calma. Ad un tratto, d'improvviso, proprio mentre stava per raggiungere l'attracco occidentale, come dal nulla si era levala un'onda gigantesca che aveva sovrastato il molo, alta e terribile. Un attimo dopo tutto si era acquietato e il mare era tornato calmo, come se nulla fosse accaduto. In giornalista aveva subito pensato a qualche misterioso riflusso di marea oppure a un terremoto scatenatosi sott'acqua. Stando alla sua testimonianza, chiunque si fosse per caso trovato in quel preciso momento sul molo non avrebbe certamente potuto salvarsi davanti a tanta violenza. Dai pescatori del posto aveva poi saputo che quelle ondate improvvise e terribili comparivano periodicamente senza apparente motivo e molti erano coloro che avevano perduto la vita.
Tuttavia, anche a fronte di queste ipotesi, continua a sembrare davvero molto strano che tre uomini esperti siano stati contemporaneamente travolti in un incidente. Poiché uno di loro non indossava il telo impermeabile che era stato trovato al suo posto - molto probabilmente si trovava all'interno del faro, quando era successo il disastro; ma che cosa era capitato? E poi quand'anche avesse visto i suoi due compagni travolti dal mare, sarebbe stato così stupido da precipitarsi senza precauzioni al molo, gettandosi fra i marosi per salvarli?
Mistero. La sola cosa certa sta nel fatto che in quel calmo e quieto giorno di dicembre di fine secolo, qualcosa, qualche singolare accadimento si era verificato e i tre uomini del faro di Eilean More erano spariti, lasciandosi dietro soltanto l'alone terribile di un enigma agghiacciante.

SCOPERTA UNA STANZA SEGRETA NELLA PIRAMIDE DI KEOPE

La piramide di Cheope non smette di stupire: al suo interno è stata individuata una nuova misteriosa cavità, lunga almeno 30 metri, posta...