giovedì 2 aprile 2015

I draghi esistevano davvero. E stanno tornando

Una sorprendente ricerca pubblicata su Nature rivela che gli animali sputafuoco non erano poi così leggendari, ma reali. E che, grazie ai cambiamenti climatici, dobbiamo aspettarci di rivederli presto fra noi.

drago

Una scoperta a dir poco sensazionale è stata appena pubblicata su Nature, e se non fosse per l'autorevolezza della fonte, saremmo portati a definirla una bufala. La sostanza dell'articolo è che i draghi, esseri da sempre considerati frutto di leggende popolari, sono in realtà esistiti davvero, nel Medioevo. E sono destinati a tornare. Il paper elenca i fattori che determineranno la resurrezione dei giganti alati sputafuoco, alcuni dei quali paradossali, come la crisi economica e la mancanza di una politica globale per combattere il riscaldamento globale (global warming).

IL MANOSCRITTO RITROVATO. La rivelazione arriva uno studio congiunto di da Andrew J. Hamilton (University of Melbourne), Robert M. May (University of Oxford) e Edward K. Waters (University of Notre Dame, Australia), che hanno analizzato alcuni documenti da poco ritrovati presso la Oxford’s Bodleian Library, in occasione degli intensi lavori investigativi su manoscritti dell'epoca della Magna Charta, di cui quest'anno si celebrano gli 800 anni.

Il documento, letteralmente disseppellito dalla polvere della biblioteca inglese, è attribuito al monaco Godfrey of Exmouth ed è illuminante su alcuni aspetti della vita quotidiana inglese del tredicesimo secolo. Secondo gli studiosi, i testi sembrano dimostrare inequivocabilmente la prova dell'esistenza reale dei draghi nel nostro mondo e addirittura l'impatto che hanno avuto sulla popolazione. Non è un caso che miti e leggende di tutto il mondo ne parlino, dagli scritti dello zoroastrismo alla letteratura greca, dalle religioni slave alle credenze asiatiche. Fino al dipinto di San Giorgio e il Drago, e ai film hollywoodiani

San Giorgio e il drago in un dipinto di Paolo Uccello, conservata alla National Gallery di Londra e databile al 1456 circa.

UN'EPOCA D'ORO (E ARGENTO). Sbalorditi dalle rivelazioni del testo di Exmouth, i tre studiosi hanno esaminato altri documenti posteriori, che hanno consolidato le evidenze: i draghi hanno davvero proliferato nel periodo medievale. Hanno potuto regnare incontrastati sugli uomini grazie all'abbondanza di cibo (gli esseri umani stessi, in special modo i cavalieri), alla disponibilità di materiali per la nidificazione (oro e argento) e a un periodo climatico inaspettatamente caldo, necessario per mantenere una alta temperatura boccale e nasale, cruciale per la loro sopravvivenza.

Inoltre, gli strumenti considerati "magici" per combatterli non funzionavano più, cosa che fra l'altro può avere contribuito a relegare streghe e maghi nella sfera della blasfemia: non più in grado di contrastare i draghi, hanno perso il loro ruolo utile nella società, che ha iniziato a perseguitarli per le loro credenze non ortodosse (ad esempio l'eliocentrismo).

Fu il periodo della Prima Stirpe dei draghi (nel paper vengono chiamati “bestie ectotermiche”).

Il retaggio dei Draghi è ben presente anche nell'architettura. | JONATHAN IRISH/NATIONAL GEOGRAPHIC CREATIVE/CORBIS

L'IBERNAZIONE. Gli autori dello studio individuano la fine del dominio dei draghi verso la fine del quindicesimo secolo, smentendo quindi gli studi che ritenevano il quattordicesimo secolo come l'epoca della loro fine. Le cause sono da individuare nel calo delle temperature che colpì l'Europa fra 1400 e 1650 circa (la cosiddetta Piccola Era Glaciale) e nella carenza di cibo (era finita l'epoca cavalleresca). Questi elementi, combinati, non avrebbero però provocato l'estinzione, ma solo innescato un processo di ibernazione delle varie specie di mostri. Periodicamente qualche drago si risvegliava dal grande sonno per verificare se le condizioni ambientali potessero consentire un ritorno. Si registrò il sorgere di una Seconda Stirpe, fra 1680 e 1690, favorita dalla fine del periodo freddo. Poi un nuovo grande sonno. Fino ai nostri tempi.

IL RITORNO. Nelle ultime decadi alcuni fattori di cui non stiamo tenendo conto stanno "lavorando" per l'avvento della Terza Stirpe dei draghi. Sono fenomeni apparentemente non riconducibili a un'eventualità del genere, ma pare proprio che gli indizi principali siano la scarsa attenzione al global warming e il fallimento delle politiche economiche, che stanno rimettendo in circolo oro e argento come beni rifugio (gli autori parlano di "quantitative thieving"). A questo si aggiunge il paradossale ritorno dei cavalieri in Australia.

Tutto questo potrebbe indurre i draghi a uscire dall'ibernazione e riaffacciarsi nel nostro mondo. Che cosa mangeranno? Ovviamente pesci, anzi pesci d'aprile. Se siete arrivati fin qui con il giusto scetticismo non sarà stata una sopresa. Ad ogni modo, buon pesce da aprile da Focus e Nature. E dai draghi.

Nella gallery qui sotto la storia e le radici della loro leggenda spiegate seriamente.


Che abbia le squame o le piume, le zampe o le ali, i barbigli o le zanne, il drago è l’animale fantastico più raffigurato. Non c’è regione del pianeta che non conosca leggende legate alla sua figura. Come mai? Da dove hanno origine i miti che ne parlano? E, soprattutto, si tratta sempre di pura fantasia? In effetti c’è oggi anche chi ne dubita. «Mentre per animali sicuramente esistiti in Italia, come la lince o il castoro, mancano quasi del tutto testimonianze storiche, per il drago la letteratura è abbondante, segno che qualcosa di concreto probabilmente c’era», dice Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia e cultore della materia.
A parte i bestiari medievali, bellissimi ma frutto più di elucubrazioni filosofiche che di considerazioni scientifiche, sono soprattutto i trattati di scienze naturali del ’500 e del ’600 a riportare le testimonianze più impressionanti.

Ulisse Aldrovandi, medico e naturalista bolognese, descrive con dovizia di particolari un draghetto ucciso nei dintorni di Bologna nel 1572: senza ali e con due sole zampe, era lungo appena un metro. Ma sempre Aldrovandi riferisce che in Svizzera, nel 1499, «fu catturato un lunghissimo drago munito di orecchie», e che in Francia fu catturato e portato al re Francesco I «un drago alato».
Una guida alle montagne svizzere, del 1723, sconsigliava di attraversare certi passi perché vi erano stati avvistati draghi. Un anziano di Lienz, per esempio, si era imbattuto sull’Alpe Commoor in un orrendo drago nero con striature gialle.
Nella foto un esempio dei mostri catalogati da Aldrovandi nella sua “Monstruorum Historia” (1642). Il drago a destra non starebbe in equilibrio, ma questo non turbava i naturalisti dell’epoca.


Proviamo a ricostruire un ritratto di drago, come se fosse effettivamente esistito. Bochart, “esperto” cinquecentesco, stabilisce chiaramente le sue caratteristiche: grandi dimensioni (fino a trenta metri), barba sotto mento e collo, tre ordini di denti, sibilo terribile. Che queste bestie possano non avere zampe è stato categoricamente smentito dal naturalista svizzero Konrad Gesner nel 1551: «Tutti i draghi hanno zampe». A differenza degli altri rettili, però, il drago è un animale a sangue caldo. Non si spiegherebbe altrimenti la sua capacità di adattarsi ai climi più diversi e di mantenersi in attività giorno e notte, in tutti i periodi dell’anno.









Il corpo è ricoperto da scaglie cornee lunghe una ventina di centimetri, più morbide su ventre e collo. Le loro sfumature di colore sono dovute al diverso contenuto di minerali, ma predominano il verde, il rosso, il blu, il nero e il dorato. Nel 1449, per esempio, l’intera città di Canterbury fu testimone dell’epico scontro tra un drago rosso e uno nero.











Una fantasiosa ricostruzione che prende spunto dal volume “The Book of the Dragon”. Sul mappamondo sono mostrate le rotte seguite dalle coppie di draghi dopo lo sposalizio. 
. Nella cartina sottostante gli habitat preferiti dalle varie specie e sottospecie di draghi (Italia e Grecia sono privilegiate per la loro ricchezza mitologica). Nel disegno in basso, infine, la composizione della caverna di un drago sputafuoco: la struttura familiare, come si intuisce, è matriarcale.









Per poter volare, un rettile dovrebbe avere spalle ampie, dove ospitare i muscoli alari, e ossa cave per essere più leggero.






















Esistono centinaia di testimonianze, ma fino a che punto possiamo credervi? «Probabilmente si trattava di rettili più grandi del normale», dice Pratesi. «Sulle Alpi Marittime vive la lucertola ocellata, che può superare gli 80 cm di lunghezza. O ci si può imbattere nel colubro lacertino, un serpente che raggiunge i 2 metri». Nel 1689 lo storico sloveno Valvasor, accorso a vedere un “drago” ritrovato dopo un violento acquazzone, scrive: «Era lungo appena una spanna e aveva l’aspetto di una lucertola. In definitiva era un verme». La piena doveva aver trascinato a valle un proteo, una sorta di salamandra cieca e dalla pelle rosea che vive in caverna.


Anche in culture molto lontane dalla nostra, come quella assira, la figura del drago è presente. Qui compare inseguito dall’eroe Merodach.
«Nel resto del mondo, una parentela con i mitici dragoni può essere riconosciuta ai varani, grandi lucertoloni africani e asiatici», spiega Pratesi. Il più imponente, il dragone di Komodo, misura oltre 3 metri e si nutre di cinghiali e cervi. Anche le innocue iguane possono avere alimentato la leggenda. E non mancano i draghi di mare, anche se è difficile pensare che col loro mezzo metro di lunghezza siano collegabili ai draghi acquatici.



Curiosamente, la muscolatura draghesca non consente la corsa. In compenso tutti i draghi, a parte quelli orientali, hanno le ali.
Ma per sostenere una bestia di quella mole le ali dovrebbero essere larghe 200 metri, anche supponendo che le ossa siano cave e quindi leggere come quelle degli uccelli. Come se la cavano, qui, i sostenitori della reale esistenza dei draghi? Dickinson ha ipotizzato che le ali servano in realtà solo per manovrare, e che il drago si sollevi come un dirigibile, “gonfiandosi” con un gas più leggero dell’aria, l’idrogeno, liberato da una reazione chimica nel suo stomaco.
Quando poi questo gas infiammabile venisse esalato, potrebbe essere incendiato usando i denti come pietre focaie: ecco spiegate anche le fiammate. L’idea non è così peregrina: dopotutto le mucche producono metano, un gas altamente infiammabile



Di certo è intervenuta anche la fantasia, trasformando antichi e sconosciuti scheletri di dinosauro in “ossa di drago”. L’inconscio ha poi fatto il resto: visto in origine come una creatura benefica, simbolo di fertilità, il drago ha poi acquistato immeritatamente una cattiva reputazione, diventando l’immagine del male che il cristiano deve estirpare.
Così San Siro sconfigge il dragone che campeggia sullo stemma di Genova. San Leucio riduce in catene il drago di Atessa (Chieti). E per quello di Terravecchia, in Calabria, si scomoda nientemeno che la vergine Maria. Draghi morti insieme alle pestilenze di cui erano il simbolo.
Nella foto, San Giorgio e il drago, in un noto dipinto di Paolo Uccello. Un altro ammazzadraghi fu Uberto Visconti che, secondo la leggenda, eliminò il biscione raffigurato nello stemma di Milano mentre divora un bimbo.



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