martedì 28 aprile 2015

PROVENIENZA RETTILIANA DELL’UMANITÀ? COINCIDENZE FISIOLOGICHE ED EVOLUZIONE ACCELERATA

Qual è l'ingrediente che rende così speciale, e così distruttiva, la nostra specie? E' possibile ipotizzare un qualche intervento esterno da parte di qualcosa o di qualcuno, che abbia influenzato indebitamente l'evoluzione umana, facendola deviare dal suo percorso naturale?

rettiliani

Per quanto la scienza abbia fatto passi da gigante nella comprensione dei meccanismi che regolano l’evoluzione degli esseri viventi, l’origine dell’uomo rimane ancora avvolta nel mistero.
Le indagini archeologiche e i ritrovamenti fossili, più che chiarire la storia dell’evoluzione umana, non fanno che complicare un puzzle, di per sé, già abbastanza complicato.
Eppure, tra alcuni ricercatori si registra un certo sconcerto quando si considera lo spazio di tempo estremamente ristretto nel quale si è evoluta la specie umana.
Per fare un paragone indebito, possiamo pensare ai dinosauri, un gruppo di esseri viventi che ha dominato il pianeta Terra per ben 160 milioni di anni, un ciclo di vita biologica estremamente lungo o, quanto meno, in armonia con i tempi cosmici dell’Universo.
Se invece consideriamo l’homo sapiens, si rimane sconcertati nel considerare che il genere homo è comparso sul pianeta solo 2 milioni di anni fa e, attraverso una rocambolesca serie salti evolutivi, è giunto a costruire, praticamente dal nulla, le prime città moderne in Mesopotamia circa 6 mila anni fa, per giungere, in poche migliaia di anni, a passare dal cuneiforme all’informatica e dall’esplorazione dei territori abitabili all’esplorazione spaziale.

Perché l’Homo Sapiens è così veloce?

Come si spiega il tasso straordinariamente rapido dell’evoluzione umana negli ultimi due milioni di anni? La domanda se le posta un importante ricercatore, il prof. Ian Tattersall, un antropologo statunitense, curatore della divisione di Antropologia dell’American Museum of Natural History di New York, e autore di molti libri e articoli.
Secondo Tattersall, ci sono numerosi esempi che mostrano l’evoluzione accelerata della nostra specie. “Comunque la mettiamo, l’evoluzione della famiglia umana è stata molto rapida”, spiega l’antropologo in una conferenza tenuta a Calpe, Gibilterra.
“Credo che sia corretto dire che la nostra specie Homo Sapiens e i suoi antecedenti, si sia evoluta molto più velocemente di qualsiasi altro gruppo di mammiferi preso in esame nello stesso lasso di tempo”. Il fenomeno dell’evoluzione accelerata è conosciuto come “tachytely“.
Nella conferenza, Tattersall illustra come la dimensione del cervello dei nostri antenati sia raddoppiata nel giro di due milioni di anni. Poi è raddoppiata nuovamente nell’ultimo milione di anni, fino ai giorni nostri. Insieme all’aumento delle dimensioni del cervello, è avvenuta una riduzione delle dimensioni dei denti e della faccia, insieme ad altri cambiamenti nella forma del cranio.
L’aumento delle dimensioni del cervello, sembra aver coinciso con la definitiva struttura fisica dell’uomo moderno, caratterizzata da una forma lineare, gambe lunghe e fianchi relativamente stretti. Queste caratteristiche sono già visibili nello scheletro del “ragazzo di Turkana” rinvenuto in Kenya, vissuto circa due milioni di anni fa, e sono in netto contrasto con le gambe corte e le braccia lunghe di “Lucy” (Australopithecus afarensis), vissuta in Etiopia circa un milione di anni prima.

Cambiamento radicale

Un cambiamento così rapido non si è mai riscontrato tra le scimmie. Secondo l’antropologia classica, uno dei fattori che potrebbe aver influenzato la rapidità dell’evoluzione umana, è l’abbandono degli alberi da parte dei primi ominidi per conquistare il suolo, cosa che non hanno fatto le nostre cugine scimmie.
Ma secondo il prof. Tattersall, questo evento non è sufficiente a giustificare cambiamenti così radicali: “E’ evidente che l’abbandono definitivo della vita arboricola è da considerarsi come una svolta epocale nell’evoluzione degli ominidi. Ma in condizioni naturali, è molto difficile che la conquista di un nuovo ambiente vitale possa aver generato cambiamenti così rapidi”.
“Forse è la cultura umana ad essere speciale, avendo in sé un qualche ingrediente sempre presente che ha garantito il ritmo serrato dell’evoluzione della nostra stirpe dopo che abbiamo lasciato le foreste”, continua Tattersall.
Ma la spiegazione di questo fenomeno non è nelle soluzioni proposte dagli altri ricercatori. Alcuni psicologi evoluzionisti hanno elaborato un modello secondo il quale la cultura e la complessità del cervello si stimolino a vicenda.
Tuttavia, Tattersall ha fatto notare che nel corso della storia evolutiva degli ominidi, la tecnologia ha modificato il modo di vivere degli ominidi a “singhiozzo” e molto spesso queste modifiche si sono presentate separate dall’evoluzione biologica, quindi questa idea non è in grado di spiegare in maniera soddisfacente ciò che si vede nei reperti archeologici e fossili.

Qual è l’ingrediente che rende così speciale l’homo sapiens?

Secondo il prof. Tattersall, la risposta potrebbe trovarsi nell’elevata aggressività dell’uomo. “Forse la soluzione si trova nella conflittualità tra gruppi di ominidi.
L’aggressività potrebbe essere il discriminante capace di spiegare l’aumento dell’intelligenza all’interno dei gruppi.
Un conflitto potrebbe essere visto come una forma di predazione, evento nel quale preda e predatore sono costretti a diventare più veloci, più furbi o più intelligenti per raggiungere il loro scopo”. Certo, è un pò triste l’ipotesi del prof. Tattersall, secondo la quale l’uomo sarebbe un predatore intraspecie.
Eppure ci si chiede come sia possibile che un essere come l’homo, sviluppatosi ed evolutosi in un contesto naturale, ad un certo punto sia precipitato in una spirale di aggressività, che benché ne abbia aumentato l’intelligenza tecnica, lo ha privato dell’intelligenza sociale, diventando predone di se stesso e mettendo a repentaglio la sua stessa esistenza.
Siamo sicuri che l’aggressività da sola basti a giustificare l’evoluzione così rapida dell’Homo Sapiens? E se l’aggressività fosse il sottoprodotto di questa evoluzione così rapida?
Qual è l’ingrediente che rende così speciale, e così distruttiva, la nostra specie? E’ possibile ipotizzare un qualche intervento esterno da parte di qualcosa o di qualcuno, che abbia influenzato indebitamente l’evoluzione umana, facendola deviare dal suo percorso naturale?

L’ipotesi rettiliana

Ci rendiamo conto di travalicare i confini della scienza, ma un’ipotesi del genere merita di essere esplorata, anche per l’enorme risonanza che da qualche anno si registra in internet.
Il tema dei rettiliani è diventato popolare grazie aDavid Icke, un controverso personaggio ritenuto da alcuni il grande rivelatore del complotto rettiliano sul nostro pianeta, mentre da altri è considerato solo l’ennesimo strumento di controllo da parte dell’elite illuminata.
Le idee contenute nel libro Figli di Matrix, apparentemente originali e stravaganti, ma convalidate da una lunga e scrupolosa serie di prove documentate, la nostra vita sul pianeta Terra non è altro che un inganno gestito da forze extraterrestri, intraterrestri e interdimensionali per tenerci in una prigione mentale, emozionale e spirituale.
Secondo l’ipotesi di Icke, alcuni alieni rettiliani, sotto le mentite spoglie umane di uomini pubblici, hanno preso il controllo del nostro pianeta impedendo all’umanità la normale evoluzione spirituale, sociale e tecnologica. Il fine di costoro sarebbe quello di schiavizzare l’umanità e impossessarsi definitivamente delle risorse planetarie (umanità compresa),
Ovviamente, la tesi di Icke, benché molto affascinante e per certi aspetti plausibile (almeno nella parte del controllo delle masse), è totalmente indimostrabile. E’ impossibile, al momento, avere a disposizione delle prove sulla sua ipotesi. Però, qualche indizio ci può aiutare a riflettere.
Mettendo tra parentesi la presenza rettiliana sul nostro pianeta, è possibile ipotizzare che in un passato remoto, un gruppo di alieni rettiliani abbia modificato il DNA umano, per chissà quali scopi, intervenendo indebitamente sull’evoluzione degli ominidi? Se sì, abbiamo qualche indizio in proposito?

Strana somiglianza tra homo e rettili

Se si prende in esame la fisiologia umana, scopriamo con un pò di sconcerto, di essere molto più simili ai rettili che non alle altre specie di mammiferi presenti sul nostro pianeta. Ad esempio, la parte migliore dell’uomo: il cervello.
Nella nostra scatola cranica abbiamo una piccola struttura cerebrale denominata R-complex (o anche cervello rettiliano) ed è una delle tre parti prevista dal modello Triune Brain (cervello trino) elaborata da Paul D. MacLean, medico statunitense specializzato nelle neuroscienze.
La R-complex si occupa dei bisogni e degli istinti innati nell’uomo (ma tu guarda, proprio il settore nel quale si esprime meglio l’aggressività umana!); alcune delle funzioni rettiliane di questa struttura cerebrale riguardano il comportamento sessuale, quello territoriale, gerarchico, temporale, sequenziale, spaziale.
Inoltre, nel nostro cervello esistono altre due strutture principali che sono presenti anche nel cervello dei rettili: il tronco encefalico, che controlla innumerevoli funzioni fondamentali, dalla respirazione alla circolazione sanguigna e il cervelletto, parte del sistema nervoso centrale coinvolta nell’apprendimento e nel controllo motorio, nel linguaggio, nell’attenzione e forse in alcune funzioni emotive come risposte alla paura o al piacere (strumenti fondamentali per controllare un essere umano).

Il mito ancestrale del serpente

Perché i miti dell’antichità insistono tanto sulla figura del serpente? Uomini rettile sono presenti in moltissimi testi di antiche religioni, compresa quella cristiana. Basta pensare al racconto del peccato originale, dove la responsabilità del male è attribuita ad un serpente!
Fin da quando l’umanità ha mosso i primi passi sul pianeta, le leggende legate ai rettili, draghi e serpenti sono sempre esistite. Molti miti raccontano di una misteriosa razza di esseri rettiliani discesa dal cielo per partecipare alla creazione dell’umanità e insegnare loro la conoscenza proibita, imponendo un ordine sociale e sedurre l’umanità verso uno sviluppo senza sosta.

giovedì 23 aprile 2015

LE 13 FAMIGLIE CHE COMANDANO IL MONDO

“Illuminati” o ”portatori di luce”. Appartengono a tredici delle più ricche famiglie del mondo e sono i personaggi che veramente controllano e comandano il mondo da dietro le quinte. Vengono, da molti, anche definiti la “Nobiltà Nera

La loro caratteristica principale è quella di essere nascosti agli occhi della popolazione mondiale. Il loro albero genealogico va indietro migliaia di anni, alcuni dicono che risale alla civiltà sumera/babilonese o addirittura che siano ibridi, figli di una razza extraterrestre, i rettiliani. Sono molto attenti a mantenere il loro legame di sangue di generazione in generazione senza interromperla. Il loro potere risiede nel controllo specie quello economico (gruppo Bilderberg ecc…),“il denaro crea potere” è la loro filosofia. Il loro controllo punta a possedere tutte le banche internazionali, il settore petrolifero e tutti i più potenti settori industriali e commerciali. Sono infiltrati nella politica e nella maggior parte dei governi e degli organi statali e parastatali. Inoltre negli organi internazionali primo fra tutti l’ONU e poi il Fondo Monetario Internazionale. Ma qual è l’obiettivo degli Illuminati? Creare un Nuovo Ordine Mondiale (NWO) con un governo mondiale, una banca centrale mondiale, un esercito globale e tutta una rete di controllo totale sulle masse. A capo ovviamente loro stessi, per sottomettere il mondo ad una nuova schiavitù, non fisica, ma “spirituale” ed affermare il loro credo, quello di Lucifero. Questo progetto va avanti, secondo alcuni, da millenni ma ebbe un’incremento nella prima metà del 1700 con l’incontro tra il “Gruppo dei Savi di Sion” e Mayer Amschel Rothschild, l’abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale. L’incontro portò alla creazione di un manifesto: “I Protocolli dei Savi di Sion”. Suddiviso in 24 paragrafi, viene descritto come soggiogare e dominare il mondo con l’aiuto del sistema economico. Rothschild successivamente aiutò e finanziò l’ebreo Adam Weishaupt, un ex prete gesuita, che a Francoforte creò il famigerato gruppo segreto dal nome “Gli Illuminati di Baviera”. Weishaupt prendendo spunto dai “ Protocolli dei Savi di Sion” elaborò verso il 1770 “Il Nuovo Testamento di Satana” un piano che porterà una piccola minoranza di persone al controllo globale. La sua strategia si basava sulla soppressione dei governi nazionali e alla concentrazione di tutti i poteri sotto unici organi da loro controllati.
bankster1Loro hanno un piano ben preciso che portano avanti a piccoli passi, proprio per non destare alcun sospetto. Creare la divisione delle masse, è un passo fondamentale, in politica, nell’economia, negli aspetti sociali, con la religione, l’invenzione di razze ed etnie ecc… Scatenare conflitti tra stati, così da destabilizzare l’opinione pubblica sui governi, l’economia e incutere timore e mancanza di sicurezza nella popolazione. Corrompere con denaro facile, vantaggi e sesso, quindi rendere ricattabili i politici o chi ha una posizione di spicco all’interno di uno stato o di un’organo statale. Scegliere il futuro capo di stato tra quelli che sono servili e sottomessi incondizionatamente. Avere il controllo delle scuole: dalla scuola infantile all’Università per fare in modo che i giovani talenti siano indirizzati ad una cultura internazionale e diventino inconsciamente parte del complotto. Indottrinando la popolazione su come si può o non può vivere, su quali sono le regole da rispettare, gli usi e i costumi ecc… Infiltrarsi in ogni decisione importante (meglio a lungo termine) dei governi degli stati più potenti del mondo. Facendo coincidere queste decisioni con il progetto finale. Controllare la stampa e l’informazione in generale, creando false notizie, false emozioni, paura ed instabilità. Abituare le masse a vivere sulle apparenze ed a soddisfare solo il loro piacere ed il materialismo così da portare la società alla depravazione, stadio in cui l’uomo non ha più fede in nulla. Arrivare a creare un tale stato di degrado, di confusione e quindi di spossatezza, che le masse avrebbero dovuto reagire cercando un protettore o un benefattore al quale sottomettersi spontaneamente. Uno dei loro obbiettivi è cippare la popolazione così da manipolare il loro pensiero ed il loro comportamento, oltre che rendere molto facile la loro identificazione e localizzazione. Tutto questo con la scusante della sicurezza personale.
Nel 1871 il piano di Weishaupt viene ulteriormente confermato e completato da un suo seguace americano, il gran maestro, Albert Pike che elaborò un documento per l’istituzione di un Nuovo Ordine Mondiale (NWO) attraverso tre Guerre Mondiali. Lui sosteneva che attraverso questi tre conflitti la popolazione mondiale, stanca della violenza e della sofferenza, avrebbe richiesto spontaneamente protezione e pace e la creazione di organi mondiali che controllassero ciò. Dopo la Seconda Guerra Mondiale venne fatto il primo passo in questa direzione con la formazione dell’ONU. Per Pike, la Prima Guerra Mondiale doveva portare gli Illuminati, che già avevano il controllo di alcuni Stati Europei e stavano conquistando attraverso le loro trame gli Stati Uniti di America, ad avere anche la guida della Russia. Quest’ultima sarebbe poi servita alla divisione del mondo in due blocchi. La Seconda Guerra Mondiale sarebbe dovuta partire dalla Germania (cosa che accadde), manipolando le diverse opinioni tra i nazionalisti tedeschi e i sionisti politicamente impegnati. Inoltre avrebbe portato la Russia ad estendere la sua zona di influenza e reso possibile la costituzione dello Stato di Israele in Palestina. La Terza Guerra Mondiale sarà basata sulle divergenze di opinioni che gli Illuminati avranno creato tra i Sionisti e gli Arabi (occidente cristiano contro l’Islam cosa che si sta avverando e anche velocemente), programmando l’estensione del conflitto a livello mondiale.
Ovviamente non potevano pensare di conseguire i loro obiettivi da soli, avevano ed hanno bisogno di una “struttura operativa”, composta da organizzazioni o persone che esercitando del potere ed operino più o meno consapevolmente nella stessa direzione. La loro strategia ha fatto leva su 2 capisaldi: la forza del denaro, loro hanno costituito e controllano il sistema bancario internazionale; la disponibilità di persone fidate, ottenuta attraverso il controllo delle società segrete (logge massoniche). Gli Illuminati e chi con loro controlla queste società, sono pressoché Satanisti e praticano la magia nera e sacrifici umani. Il loro Dio è Lucifero e attraverso pratiche e riti occulti manipolano e influenzano le masse. Molti asseriscono che è anche da questa scienza di tipo occulto che gli Illuminati hanno sviluppato la teoria sul controllo mentale delle masse. Poco tempo fa sono emersi anche i nomi delle suddette famiglie:
ASTOR
BUNDY
COLLINS
DUPONT
FREEMAN
KENNEDY
LI
ONASSIS
ROCKFELLER
ROTHSCHILD
RUSSELL
VAN DUYN
MEROVINGI
Fonte: OltreVerso

IL MISTERO IRRISOLTO DEL DODECAEDRO ROMANO: A CHE DIAVOLO SERVIVA?

I misteriosi reperti sono stati rinvenuti in ogni parte dell'Europa: dal Galles all'Ungheria, dall'Italia alla Germania. La funzione e l'utilizzo del dodecaedro romano rimangono un mistero, anche perchè non sono menzionati in nessun resoconto, cronaca o immagine dell'epoca romana.

dodecaedro romano

C’è un piccolo oggetto antico di 2 mila anni che sta facendo impazzire gli archeologi di tutto il mondo e che non ne vuole sapere di svelare i suoi segreti.
Si tratta del “Dodecaedro Romano”, nome attribuito ad una serie di piccoli oggetti cavi in bronzo o in pietra, composti da dodici facce pentagonali piane, ciascuna con un foro circolare di 8 centimentri al centro.
Le dimensioni di questi enigmatici oggetti varia dai 4 agli 11 centimetri e si stima risalgano al II o III secolo d.C.
I misteriosi reperti sono stati rinvenuti in ogni parte dell’Europa: dal Galles all’Ungheria, dall’Italia alla Germania. Attualmente, tra collezioni private e musei, si conservano circa un centinaio di dodecaedri.
La funzione e l’utilizzo del dodecaedro romano rimangono un mistero e tutti i tentativi di risolvere l’enigma sono andati a vuoto, anche perchè non sono menzionati in nessun resoconto, cronaca o immagine dell’epoca romana.
Sono state avanzate le più svariate ipotesi sull’utilizzo del Dodecaedro Romano, dal porta candela al giocattolo, dall’osservazione astronomica al calcolo ingegneristico, dall’oggetto decorativo alla funzione religiosa.
C’è anche chi ha avanzato ipotesi più esotiche, considerando la Teoria di Atlantide o l’ipotesi aliena, partendo da una semplice domanda: il misterioso dodecaedro è stato veramente creato e utilizzato dai romani, oppure è stato definito “romano” semplicemente perchè è stato rinvenuto nei siti che una volta facevano parte dell’Impero Romano?

Le ipotesi più semplici

Il Dodecaedro Romano non è menzionato in alcuna fonte antica, quindi, l’unico modo di procedere è avanzando delle ipotesi sul suo utilizzo.
Sebastian Heath, professore presso l’Istituto per lo studio del mondo antico presso l’Università di New York, in un intervento su Fox News di qualche tempo fa, ammise di non avere nessuna idea precisa su cosa sia il dodecaedro. Partendo dallo spunto di Heath, i lettori di Fox News hanno avanzato le più svariate ipotesi.
C’è chi crede si tratti di un semplice campanello e chi di un porta candela. Qualcuno ha ipotizzato che, dopo averlo riscaldato, venisse utilizzato per massaggi rilassanti. Secondo uno dei lettori, il dodecaedro potrebbe essere un giocattolo per bambini, o anche un semplice oggetto decorativo.
Ad ogni modo, il prof. Heath è rimasto molto colpito dall’interesse suscitato dall’oggetto e della quantità di ipotesi avanzate, tutte potenzialmente valide, ma nessuna chiaramente definitiva.

Ipotesi militare

Una recente ipotesi è stata avanzata da John Ladd, un ingegnere in pensione, secondo il quale il dodecaedro era utilizzato dai romani per definire la geometria ottimale delle loro armi.
Secondo l’ipotesi di Ladd, il dodecaedro veniva immerso in un fluido, al fine di migliorare la progettazione e la fabbricazione dei proiettili per le fionde.
Secondo la complessa teoria dell’ingegnere, grazie alla Spinta di Archimede, i romani erano in grado di determinare la deviazione della traiettoria dei proiettili. Tutta la teoria, con relativi schemi e disegni, è presentata a questo indirizzo.
Va detto, però, che non sempre i dodecaedri sono stati rinvenuti in siti militari o campi di battaglia. L’ipotesi non tiene conto che gli oggetti sono stati trovati anche nei pressi di semplici abitazioni.

Ipotesi ingegneristica

Amelia Carolina Sparavigna, del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia, al Politecnico di Torino, in un interessante articolo ha ipotizzato che il dodecaedro servisse come strumento per misurare le distanze, soprattutto per il rilevamento e a scopo militare.
L’articolo dove vengono spiegati i principi di ottica geometrica sottostanti a questa ipotesi lo trovate su arXiv (in inglese) e nel sito del Politecnico in traduzione italiana.

Ipotesi astronomica

Nonostante la storiografia non ci consegni una grande passione, da parte dei romani, per i moti celesti e l’osservazione astronomica, qualcuno ha ipotizzato il contrario.
Nel 2010, Sjra Wagemans, della DSM Research, ha proposto una nuova teoria che assegna una funzione astronomica a questi oggetti. Wagemans ha usato una copia di bronzo di un dodecaedro per vedere se era possibile determinare gli equinozi di primavera e in autunno.
Secondo Wagemans, il dodecaedro è un oggetto legato al ciclo agricolo, sofisticato e semplice al tempo stesso. Esso era usato per determinare senza un calendario, il periodo più adatto durante l’autunno per la semina del grano.
Ed avere un buon raccolto era di vitale importanza per le legioni romane situate in regioni lontane da Roma. Ciò che è notevole è che Wagemans abbia usato un approccio sperimentale, nel testare il dispositivo su un periodo di alcuni anni e in diversi posti a diverse latitudini.

Ipotesi esotiche

Come si è visto, le ipotesi sono tante e non è facile seguire una traccia univoca.
Altre ipotesi sono state avanzate anche dai teorici degli Antichi Astronauti, secondo i quali il dodecaedro è ciò che rimane di uno strumento tecnologico molto più complesso e che, probabilmente, i romani nemmeno conoscevano.
Forse, gli abitanti dell’antica Roma si sono trovati tra le mani oggetti che non comprendevano, risalenti ad un remoto passato e che sono stati accolti dalla cultura romana utilizzandoli nella maniera più disparata, dal porta candela alla decorazione.
Alcuni studiosi indipendenti, hanno avanzato l’idea che il dodecaedro possa rappresentare un simbolo sacro per i Druidi, antichi sacerdoti che animavano il culto degli antichi dei che una volta abitavano il pianeta.
In questo caso, il dodecaedro potrebbe rappresentare il legame dell’uomo moderno con l’antica conoscenza di visitatori alieni entrati in contatto con i nostri antenati.
Ovviamente, si tratta di ipotesi estremamente esotiche, ma visto che manca una spiegazione ufficiale condivisa, in questa fase ogni teoria ha diritto di cittadinanza, in attesa di smentita, naturalmente.

mercoledì 22 aprile 2015

IPOTESI BARBIERO: ATLANTIDE SI TROVA SOTTO I GHIACCI DEL POLO SUD

Quella di Atlantide è la civiltà perduta per eccellenza, la “madre” di tutte le civiltà secondo alcuni, ed è considerata fin dai tempi antichi uno dei più impenetrabili misteri dell’archeologia. La sua ricerca vede impegnate da molti secoli generazioni di studiosi nel vano tentativo di dare una risposta credibile al problema della sua ubicazione.

Nonostante le tante ipotesi avanzate sul misterioso continente perduto di Atlantide, finora non è ancora stato trovato nulla che possa confermarne la passata esistenza.
Non potrebbe essere allora, si sono chiesti alcuni, che Atlantide non sia finita sotto il mare, e che non possiamo vederla perché è nascosta da qualcos’altro?
La pensa così chi ritiene che in realtà l’Antartide fosse un tempo priva di ghiacci e proprio qui si trovasse l’antica civiltà perduta.
Tutto iniziò a metà degli anni ’50 con l’osservazione di uno studioso di mappe antiche, il capitano statunitense Arlington H. Mallery, che esaminandone una scoperta alcuni anni prima in Turchia ebbe un’illuminazione.
La carta, realizzata nel 1513 dall’ammiraglio turco Piri Ibn Haci Mehmet, meglio noto come Piri Re’is (“l’ammiraglio Piri”), fu disegnata su una pelle di gazzella colorata ad acquarello e perduta per oltre 400 anni.
Nel 1929, durante la trasformazione del vecchio Palazzo Imperiale di Istanbul nel museo archeologico Topkapi, la mappa ricomparve e destò sorpresa perché collocava l’America Meridionale nella corretta posizione longitudinale in rapporto all’Africa: un fatto insolito per le mappe del ’500.
Ciò che colpì Mallery, però, fu qualcos’altro. Egli si convinse che il lembo di terra raffigurato all’estremo sud della mappa rappresentasse la costa dell’Antartide libera dal ghiaccio.
Ma a far diventare esplosiva questa ipotesi furono le successive osservazioni dello studioso Charles H. Hapgood, secondo il quale la precisione della longitudine sulla mappa di Piri Re’is non si poteva spiegare sulla base della scienza cinquecentesca.
In particolare esisteva, a suo dire, «una concordanza sorprendente con il profilo della Terra della Regina Maud nell’Antartide» rilevato solo nel 1954 attraverso sondaggi sismici. Ne conseguiva che la mappa si doveva basare su carte più antiche realizzate da viaggiatori di una civiltà sconosciuta, ma progredita, esistita prima dell’Era glaciale.
Chi ipotizzò che questa civiltà sconosciuta fosse Atlantide non furono scrittori come i coniugi Rand e Rose Flem-Ath o Graham Hancock, che negli anni ’90 dedicarono a quest’idea libri molto venduti, bensì un ingegnere italiano, Flavio Barbiero, che per primo ne parlò nel 1974 nel libro Una civiltà sotto ghiaccio.

L’ipotesi di Flavio Barbiero

flavio-barbiero-una-civiltà-sotto-ghiaccioLa teoria di Barbiero prende avvio dall’ipotesi che circa 12 mila anni fa la Terra fosse inclinata diversamente da com’è oggi.
Ruotava perpendicolare sul piano dell’eclittica per cui le stagioni coincidevano stabilmente con le fasce climatiche.
Alaska e Siberia, così come l’Antartide, erano prive di ghiacci, a differenza di Europa e America nord-occidentale ricoperte dai ghiacci eterni.
In Antartide, in particolare, fioriva una civiltà marinara molto evoluta, dove era stata inventata l’agricoltura, la metallurgia e dove fiorivano architettura, tecnologia, arte e scienza di alto livello mentre nel resto del mondo l’uomo era all’Età della pietra.
Circa 13 mila anni fa, dopo 2 mila anni di progressi, questa civiltà chiamataAtlantide subì una devastante catastrofe che la annientò quasi interamente.
Una cometa o un asteroide, del diametro di una decina di chilometri, colpì la Terra nei pressi della Florida provocando una serie di trasformazioni globali istantanee.
L’asse di rotazione della Terra cambiò, i poli cioè si spostarono di colpo di migliaia di chilometri, assumendo la posizione attuale. L’impatto sollevò una nube di polveri tale da innescare piogge torrenziali, con il conseguente abbassamento delle temperature e l’avvio della Grande glaciazione.
Il raffreddamento fu così veloce da cogliere di sorpresa i grandi mammut che pascolavano per la Siberia, come dimostrerebbe il fatto che nello stomaco di un esemplare ritrovato c’erano ancora i resti dell’ultimo pasto di erbe tipiche delle zone temperate: si era congelato senza avere avuto il tempo di decomporsi.
Ma l’effetto più devastante fu l’onda ciclopica provocata dall’impatto del bolide: un’onda che avrebbe travolto tutte le terre, compresa Atlantide-Antartide. Solo grazie alle sue flotte di imponenti navi, parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo e a raggiungere l’America, l’Africa e l’Asia.
Sull’isola madre, intanto, prese a nevicare per settimane e forse mesi, finché una coltre gelata, spessa decine di metri, seppellì definitivamente Atlantide. I superstiti, sparpagliati per il mondo, iniziarono a interagire con gli uomini paleolitici, insegnando loro a coltivare i campi e dando una forte accelerazione allo sviluppo della civiltà, originando l’Età neolitica.

Indizi a sostegno della teoria

La teoria è molto suggestiva, ma ci si chiede: quali sono le prove?
Innanzitutto, risponde Barbiero, la scomparsa improvvisa di decine di specie animali che 13 mila anni fa popolavano l’emisfero settentrionale: mastodonti, mammut, rinoceronti lanosi, renne, bisonti antichi, cavalli, cammelli, tigri dai denti a sciabola e così via.
In secondo luogo, le importanti somiglianze tra i racconti dei popoli di tutto il mondo, dalla Bibbia alla Mesopotamia, dal mito dell’isola di Mu nel Nord America a quello di Lemuria) dove c’è sempre un diluvio che travolge il mondo e poi qualcuno che viene dal mare e insegna a coltivare la terra.
Tali leggende sarebbero la prova che il ricordo dei fenomeni seguiti al cambiamento di asse della Terra è rimasto profondamente radicato nella memoria dei popoli.
Altre leggende diffuse potrebbero svelare che il corpo celeste che colpì la Terra fu probabilmente una cometa. Basta pensare a quell’antica superstizione secondo cui le comete sarebbero messaggere o portatrici di gravi calamità.
Atlantide deve corrispondere all’Antartide perché, dice Barbiero, «in nessun altro posto sono stati trovati resti archeologici. Una civiltà del genere, in Europa per esempio, li avrebbe lasciati per forza».
Inoltre è l’unica che rispecchi la descrizione che ne dà Platone: un’isola avente una superficie di milioni di km quadrati, circondata da un oceano a sua volta circondato da una fascia continua di continenti, ricca di metalli e favorita (prima del diluvio) da un clima mite.
A ulteriore riprova di ciò Barbiero sostiene che «tutti i planisferi anteriori alla scoperta dell’America, sono in realtà carte dell’Antartide: tutti i popoli antichi concepivano il mondo come una grande isola pressoché circolare, circondata dall’oceano, e questo a sua volta da terre irraggiungibili e misteriose».
Osservando per esempio il planisfero tratto dalle Grandes Chroniques de Saint-Denis(1364-1372) Barbiero vi riconosce «il mare di Ross in alto a destra, la baia di Mackenzie a sinistra e il mare di Weddell in basso» oltre alla «fitta rete di canali analoga a quella descritta da Platone».
Per non parlare della carta di Piri Re’is che riprodurrebbe il profilo dell’Antartide scoperta dai ghiacci. Secondo Barbiero, tutte queste mappe medievali sarebbero riproduzioni di carte geografiche più antiche, provenienti magari dalla biblioteca di Alessandria prima che fosse distrutta.
Barbiero riconosce che questi possono essere considerati solo indizi, e che solo il ritrovamento di tracce archeologiche di Atlantide potrebbe trasformarli in prove. «Basterebbe trovare anche un solo mattone per dimostrarne l’esistenza e rivoluzionare tutta la storia antica e la geologia».
Tuttavia, il “mattone” di Atlantide ancora manca. Non solo non sono state mai trovate tracce di vita preistorica sull’Antartide, ma non ce ne sono nemmeno nei luoghi in cui gli atlantidei avrebbero riparato dopo il diluvio. Se davvero questi uomini così evoluti portarono la civiltà in America, Africa e Asia 10 mila anni fa, non ne esistono tracce.
Secondo l’archeologia classica, i primi segnali di civiltà superiore sono molto più recenti e risalgono a circa 4 mila anni prima di Cristo, con qualche rara eccezione.
La risposta di Barbiero è che gli atlantidei, essendo marinai, si stabilirono principalmente sulle coste dei vari Paesi: coste che, in seguito allo scioglimento dei ghiacci, finirono sommerse a 130 metri di profondità. Allo stesso modo, i resti delle città atlantidee create quando il Sahara era fertile sarebbero finiti sotto la sabbia del deserto.

La diffusione dell’agricoltura

Prima dell’avvento della datazione al radiocarbonio 14, ogni questione relativa all’origine ed alle caratteristiche di una qualsiasi cultura antica veniva risolta sulla base dello scenario diffusionista, che nella sua formulazione più essenziale era il seguente: l’agricoltura si è sviluppata per la prima volta nel Medio Oriente, in quella fascia di terra denominata Mezzaluna Fertile.
Qui sono sorte le prime culture neolitiche e, successivamente, tra il quinto ed il quarto millennio a.C., le prime civiltà superiori, che si sono diffuse poi in tutto il resto del mondo.
Campo obbligato di ricerca era allora lo studio comparato delle civiltà, delle loro mitologie, tradizioni, usi e costumi, conoscenze scientifiche e tecnologiche, che forniva ampio supporto alla teoria diffusionista, mostrando una sostanziale identità da un capo all’altro del pianeta.
Dopo l’introduzione delle datazioni al radiocarbonio 14, la teoria diffusionista è crollata. Si è scoperto, infatti, che l’agricoltura è nata contemporaneamente in almeno sei aree del mondo senza alcuna relazione apparente fra loro: il Centro e Sud America, la Mezzaluna Fertile, l’Africa Centrale, la Cina orientale ed il Sud Est asiatico.
Sono saltate anche la maggior parte delle relazioni temporali fra civiltà diverse, stabilite in base ai presupposti della teoria diffusionista. Nel Mediterraneo, ad esempio, le civiltà megalitiche di Malta e dell’Europa nord-occidentale si sono rivelate più antiche dei loro presunti modelli mesopotamici ed egizi.
Per reazione al diffusionismo si è venuto consolidando nel mondo scientifico uno scenario diametralmente opposto, secondo cui le culture antiche sarebbero nate e si sarebbero sviluppate contemporaneamente in più parti del mondo, senza contatti e influenze reciproche.
Nel nuovo contesto, quindi, l’esame comparato delle civiltà è divenuto anatema! Nell’uno e nell’altro scenario si inseriscono sottoscenari, che tentano di superare le difficoltà dei primi con ipotesi più o meno ortodosse. Per esempio nello scenario pre-carbonio 14 ha avuto credito l’ipotesi di Atlantide quale ponte di diffusione della civiltà dall’Eurasia all’America.
Nello scenario post-carbonio 14, invece, Atlantide non trova più un suo spazio definito, e tuttavia emergono tutta una serie di elementi che proverebbero l’esistenza di una civiltà molto avanzata in epoca preistorica.
Naturalmente questi elementi sono negati e “combattuti” dalla scienza ufficiale, perché destabilizzano il quadro generale, senza offrire in cambio scenari alternativi accettabili.

Cataclismi geologici ricorrenti

In effetti nessun archeologo, o storico antico, è mai stato capace di immaginare uno scenario in grado di risolvere le innumerevoli contraddizioni e semplificazioni cui gli scenari ufficiali danno luogo.
Va detto che questa incapacità non è colpa degli storici e degli archeologi, ma piuttosto di branche scientifiche quali la geologia e la climatologia, che a tutt’oggi non sono in grado di dare una risposta soddisfacente ad uno dei problemi fondamentali della storia geologica della Terra e delle specie viventi che vi si sono sviluppate.
Questa storia è caratterizzata da lunghissimi periodi di stabilità, inframmezzati da crisi brevissime e violente, durante le quali si hanno da un lato eruzioni vulcaniche imponenti, orogenesi, cambi climatici, inversioni del campo magnetico, variazioni del livello marino ecc.
Dall’altro estinzioni di massa, emergenza di nuove specie, cambio radicale degli equilibri ecologici. Nella storia della Terra si contano cinque grandi estinzioni animali, a livello planetario, ed innumerevoli altre minori, o anche totali ma a livello più o meno locale.
Le geologia non è ancora in grado di fornire una spiegazione di queste crisi ricorrenti. Negli ultimi anni si sta facendo strada l’ipotesi che siano dovute a catastrofici impatti con comete o asteroidi, perché per alcune di esse, come ad esempio quella del cretaceo superiore, che vide l’estinzione in massa dei dinosauri e preparò l’avvento dei mammiferi, si è potuto appurare la coincidenza con la caduta di un asteroide; il che lascia presupporre che fra i due fenomeni esista una relazione di causa ed effetto.
Ma innanzitutto non è affatto chiaro come corpi relativamente minuscoli, quali comete ed asteroidi, possano innescare fenomeni geologici ed estinzioni di massa a livello planetario; in secondo luogo la contemporaneità di un impatto è stata accertata soltanto in un numero limitato di crisi geologiche e ambientali.
A tutt’oggi, quindi, nessuno è in grado di dire quale ne sia la vera causa e che cosa accada in realtà nel loro breve svolgimento. Vale a dire che la scienza moderna non è ancora in grado di capire uno dei processi fondamentali dell’evoluzione delle specie viventi.

Il traumatico passaggio dal Pleistocene all’Olocene

Questo si verifica anche per quel che riguarda la storia dell’uomo. Essa, infatti è caratterizzata da almeno una crisi del tutto analoga, accaduta tra i 12 e 14 mila anni or sono.
Fu precisamente in questo periodo che le grandi culture paleolitiche, che avevano prosperato per più di trenta millenni, scomparvero improvvisamente, lasciando il posto ad una umanità nuova. Non sappiamo né perché, né come accadde.
L’unica cosa certa è che questa transizione è avvenuta in coincidenza di una delle solite crisi inspiegate, tanto grave da costituire lo spartiacque fra due ere geologiche, il Pleistocene e l’Olocene.
L’era pleistocenica giunge al suo termine, segnato da un imponente risveglio dell’attività vulcanica, da terremoti spaventosi, testimoniati dal crollo delle volte nella maggior parte delle caverne del mondo, e da immani alluvioni, che travolgono milioni di animali. In tutto il mondo ci sono testimonianze di ecatombi agghiaccianti.
Anche il campo magnetico attraversa un periodo di forti perturbazioni che portano quasi alla sua inversione. Per non parlare poi del regime climatico terrestre, che proprio allora subisce un rapido e radicale cambiamento. Decine di specie scompaiono.
Non è possibile capire cosa è accaduto all’uomo durante questa crisi e gli avvenimenti immediatamente seguenti, se non si riesce a scoprire cosa sia realmente successo in quell’occasione. Vediamo allora, in estrema sintesi, qual era la situazione nel mondo prima di quella data fatidica.
Tra i 50 e i 12 mila anni or sono una enorme calotta glaciale, spessa oltre tre chilometri, si era irradiata dall’area di Hudson, nel Canada orientale, fino a raggiungere verso sud l’attuale latitudine di New York e verso ovest i ghiacciai che scendevano dalle montagne rocciose, in Alaska.
Nello stesso periodo il Nord Europa era coperto da calotte glaciali che al culmine della loro espansione raggiunsero le latitudini di Londra e Berlino. La quantità di acqua congelata sulla terraferma era talmente grande, che il livello del mare era sceso di oltre 100 metri rispetto ad oggi.
Le teorie attuali, numerose e spesso in contrasto tra loro, cercano di spiegare l’esistenza di queste masse di ghiaccio, eccentriche rispetto ai poli odierni, con il fatto che il clima fosse allora assai più freddo su tutta la Terra.
L’ipotesi, però è contraddetta dall’assenza di calotte glaciali in Siberia, che anzi era popolata fin nelle sue regioni più settentrionali, ben addentro nel mare Artico, da una delle più imponenti comunità zoologiche mai esistite sulla Terra dal tempo dei dinosauri.
40 milioni di mammuth vagavano per le pianure della Siberia e dell’Alaska, ed insieme ad essi c’erano renne, rinoceronti, cavalli, ippopotami, orsi, leoni, leopardi, castori, bradipi giganti, cervi dalle grandi corna, cammelli, tigri dai denti a sciabola e molti altri ancora.
Prova certa che il clima siberiano era allora di gran lunga più mite e costante di quanto lo sia attualmente. Per contro, nell’altro emisfero il clima era più freddo in Australia ed in Nuova Zelanda, allora coperta da grandi ghiacciai. Ma ci sono prove che l’Antartide, oggi interamente coperta da una spessa coltre di ghiaccio, ne fosse parzialmente libera, almeno sul versante atlantico.

Spostamento dei Poli

C’è un’unica ipotesi in grado di spiegare in maniera coerente questa situazione, e cioè che i poli geografici si trovassero allora in posizione diversa da quella attuale e che l’inclinazione dell’asse terrestre fosse inferiore. Tra i 12 e i 14 mila anni fa l’asse terrestre si sarebbe improvvisamente inclinato ed i poli spostati nella posizione attuale.
Non si tratta di un’ipotesi fantasiosa. Nessuno mette più in dubbio il fatto che i poli abbiano cambiato sovente la loro posizione sulla superficie terrestre nel corso delle passate ere geologiche.
I segni lasciati dalle calotte glaciali in Africa e India, il magnetismo residuo nelle rocce, la distribuzione di antiche barriere coralline e dei depositi di carbone e così via, costituiscono nel loro insieme una prova assoluta che i poli hanno girovagato dall’equatore fino alla posizione attuale. Quelli che non sono affatto chiari, invece, sono i meccanismi e le modalità dello spostamento dei poli.
Un’ipotesi avanzata fin dal secolo scorso dal grande astronomo Giovanni Schiapparelli attribuisce questi spostamenti a movimenti superficiali di grandi quantità di materiali, dovuti ai processi di erosione e sedimentazione, che sarebbero in grado di produrre lentissimi spostamenti dei rigonfiamenti equatoriali; pochi centimetri all’anno al massimo, ma che in milioni di anni possono diventare migliaia di chilometri.
Schiapparelli, però, ignorava l’esistenza di una enorme quantità di testimonianze geologiche, che sembrano indicare invece che i poli si muovono per “salti” praticamente istantanei, almeno nella scala dei tempi geologica. Fu lo studioso americano Charles Hapgood a metterle in evidenza, ma il meccanismo da lui proposto per spiegare il fenomeno, lo “scorrimento” della crosta terrestre, oltre ad incontrare insormontabili difficoltà di carattere geologico, non è in grado di spiegare proprio la velocità con cui sembra si sia verificato lo spostamento dei poli: a giudicare dal rapidissimo processo di congelamento dei mammuth, conservati intatti con ancora cibo non digerito nello stomaco, si tratterebbe addirittura di giorni.
Questa possibilità, tuttavia, è decisamente rifiutata per una ragione del tutto analoga a quella che portò al rifiuto iniziale della teoria di Wegener sulla deriva dei continenti: non si conosce un meccanismo in grado di provocare un fenomeno del genere.
L’ipotesi che l’inclinazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e che la posizione dei poli rispetto alla Terra possano variare rapidamente è stata presa in considerazione fin dal secolo scorso da scienziati del calibro di J.C. Maxwell, ma è stata scartata sulla base di calcoli energetici circa l’effetto stabilizzante dei rigonfiamenti equatoriali terrestri. Solo una “collisione planetaria” sarebbe in grado di produrre un effetto del genere.

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